CANNES 61 -"O' Horten'', di Bent Hamer (Un certain regard)
Il regista norvegese di Kitchen Stories e Factotum sa bene come aspettare, attendere per evitare gli effetti tossici della troppa trasparenza, per condurre lo sguardo a salvaguardia di una zona a rischio, di “segretezza” e “non comunicazione”. Il silenzio allora, dove e’ questione di un indebolimento dello sguardo in vista di un “tacere” che, proprio in quanto tale, rende possibile l’agire.
Il regista norvegese di Kitchen Stories e Factotum ritrova una storia intima e minimalista, dalle trovate estemporanee esilaranti che fanno da contrappunto nella vita di un uomo, prossimo alla pensione, dopo aver servito per quasi 40 anni le ferrovie del suo Paese. Mai in ritardo, sempre impeccabile e sempre amato e stimato dai colleghi, Odd Horten manca l’appuntamento, per una serie di circostanze assurde e grottesche, con la sua ultima corsa e si “perde” nella citta’, in cerca dell’uomo che avrebbe potuto essere. Hamer riesce ad essere preciso e pulito nella regia, dimostrando una grande capacita’ di far quadrare le immagini e l’immaginario, senza sbavature e senza forzature narrative. E’ cinema che rievoca in qualche modo quello minimalista e rarefatto di Kaurismaki ma in piu’ sembra avere l’esercizio del silenzio, come un aggiramento. Aggiramento o sospensione che ci lascia entrare nel paradosso del non sapere o anche di un non voler sapere. Ma non volerne sapere di qualcosa da Hamer e’ il modo piu’ tenace ed efficace per farci sapere di piu’. Conviene esitare, Odd lo sa bene, lo ha fatto per tutta la sua vita, non e’ mai saltato dal trampolino con gli sci, nonostante tutti i suoi amici ci siano riusciti in gioventu’. Allora Hamer sa bene come aspettare, attendere per evitare gli effetti tossici della troppa trasparenza, per condurre lo sguardo e salvaguardia di una zona a rischio, di “segretezza” e “non comunicazione” (come quella foto di ragazza che Odd ha sul comodino), indispensabile al nostro cuore per difendersi dalla curvatura di ogni immagine, facile da usare come arma estetizzante. Il silenzio allora, dove e’ questione di un indebolimento dello sguardo in vista di un “tacere” che, proprio in quanto tale, rende possibile l’agire (andare in macchina con uno sconosciuto che gli occhi coperti).
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