CANNES 61 - "Surveillance", di Jennifer Lynch (Fuori concorso)
Poteva essere un teso e riuscito B-movie, un horror malato e incalzante anche perché il plot era interessante. La Lynch però, a 15 anni del suo Boxing Helena, continua a voler strafare e non ha né il dono dell’essenzialità né quello della sintesi. E il film risente del suo esibizionismo anche se alla fine continua ad essere prigioniera dell’immaginario visivo creato dal padre, che figura tra i produttori esecutivi della pellicola. VIDEO
Sono passati 15 anni da quando Jennifer Lynch, figlia di David, debuttò dietro la macchina da presa con Boxing Helena. Qui l’esordiente regista appariva ingabbiata, quasi schiava di quelle atmosfere di Twin Peaks. Allora dette l’impressione che fosse prigioniera dell’immaginario visivo creato dal padre. Con Surveillance si continua ad avere questo sospetto nel modo in cui la Lynch inquadra il paesaggio, porta sullo schermo personaggi che trattengono a fatica la loro follia e le proprie pulsioni istintuali, costruisce una sensualità morbosa. In Surveillance due agenti del FBI giungono in una piccola cittadina perduta dove devono indagare su una serie di omicidi commessi da un serial-killer. Sul posto ritrovano tre testimoni: un poliziotto fuori di testa, una ragazza sballata dalle sniffate e una ragazzina di 9 anni ancora sotto choc. Nel corso degli interrogatori gli agenti scoprono che ognuno di loro da una versione differente dei fatti, nascondendo così in maniera lampante una parte di verità. Ma dietro i due federali si nascondono altre identità.
In Surveillance (in cui David Lynch compare come produttore esecutivo) si ha come l’impressione di aver assistito ad un’occasione mancata. Infatti il film conteneva tutte le forme di un horror a basso costo che poteva riciclare le atmosfere, per esempio, del folgorante Jeepers Creepers – Il canto del diavolo o poteva utilizzare i mezzi di comunicazione, quasi auto-assassine, come il camion dello spielberghiano Duel. Gli episodi dei due poliziotti che sparano alle ruote delle auto in corsa per poi divertirsi a mettere paura ai conducenti e agli altri passeggeri, era un elemento forte che sottolineava in maniera efficace la malattia di una provincia isolata e che poteva addirittura richiamare certe atmosfere del cinema statunitense di genere degli anni Settanta. La stessa scelta dei protagonisti, Bill Pullman e Julia Ormond nei panni dei due agenti del FBI, avrebbe potuto indicare un chiaro segnali presente nei B-movie in cui due attori che avevano successo negli anni Novanta ma che poi hanno lavorato in opere minori o addirittura trascurabili. Entrambi però la Lynch è come se recuperasse i loro corpi dai residui del cinema del padre: Pullman da Strade perdute, la Ormond da Inland Empire.
Ma la Lynch vuole strafare. Non ha il dono né dell’essenzialità né della sintesi. Insiste sulle sue forme di alterazione dello sguardo (i video in cui si vedono i testimoni disposte in stanze diverse), gli effetti luce che appaiono ancora meccanici e ossessivi riciclaggi da Twin Peaks (con il contrasto buio/illuminazione improvvisa e primo piano della vittima prima che questa venga uccisa). La regista continua a voler mostrarsi, sembra quasi voler scandalizzare anche con una scena di sesso a tre. E Surveillance risente di questo esibizionismo. Peccato, perché il plot era interessante e il finale tutt’altro che banale e scontato.
Surveillance (Jennifer Lynch) - German Trailer
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