CANNES 61 - "Das Fremde in Mir (Lo straniero dentro di me)", di Émily Atef (Semaine de la Critique)
Secondo lungometraggio della cineasta franco-iraniana che entra nel cuore di una crisi prima individuale e poi collettiva. Più riuscita sicuramente la prima parte in cui c’è il distacco tra la donna e il bambino appena nato. La redenzione invece segue più le logiche di uno schematico disegno di scrittura. VIDEO
La felicità (non) è dietro l’angolo. Entra nel cuore di una crisi individuale e collettiva Das Fremdre In Mir (tradotto “lo straniero che è in me”), film di spostamenti nervosi, di aperte lacerazioni che mettono progressivamente a fuoco un trauma esistenziale. Rebecca, una donna di 32 anni e il suo compagno Julian di 34 anni stanno per avere un figlio. Entrambi sono felici per questo evento. Dopo la nascita però la ragazza non ama il bambino come credeva. Anzi, il neonato gli appare ogni giorno di più come un perfetto sconosciuto. Non potendo parlare a nessuno di quello che prova, col tempo rischia di diventare anche un pericolo per la vita del neonato. Quando la gravità dello stato mentale di Rebecca viene scoperto, lei viene ricoverata in clinica. Da quel momento inizia a sentire la mancanza del bambino. Realizzato da Émily Atef, cineasta franco-iraniana nata a Berlino al suo secondo lungometraggio dopo Molly’s Way (2005) – film che ha avuto numerosi riconoscimenti tra cui il Gran premio della giuria al festival di Mar della Plata - Das Fremde in Mir entra in una sorta di intimismo raggelato nel quale si mettono a fuoco le fratture attraverso un accumulo di dettagli: i primi piani di Rebecca che nascondono a fatica il suo stato di malessere, l’incomprensione con il compagno e la rottura con la famiglia di lui; le pulsioni omicide della donna volontarie (quando cerca di annegare il bambino nella vasca da bagno) o inconscie (il momento in cui si è dimenticata il ragazzino in strada). Possiede anche degli efficaci momenti di tensione l’opera della Atef. Ma dopo una parte iniziale più riuscita, che si costruisce su un creascendo progressivo di situazioni che generano poi lo strappo, si ha l’impressione che la redenzione diventi prima di tutto un elemento narrativo che poi viene filmato in maniera più schematica. La Atef mette sicuramente in mostra le forme di un cinema dell’alienazione. Da l’idea però di esserne più convinta a livello teorico che pratico.
L'etranger en moi - Cannes 2008 - Semaine de la critique
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