CANNES 61 - "Non è facile abbandonarsi al sovrannaturale...", Incontro con Philippe Garrel
Accolto dai fischi alla sua prima proiezione per la stampa, Philippe Garrel presenta a Cannes il suo ultimo film, La frontiére de l’aube, interpretato dal figlio Louis. Una storia d’amore virata sul consueto splendido bianco e nero di William Lubtchansky. VIDEO
Quali sono le fonti alle quali ti sei ispirato per realizzare questo tuo film?
In sede di scrittura il film doveva chiamarsi Le Ciel des Anges, una frase che ho trovato in Blanche ou l’Oubli, un racconto surrealista di Louis Aragon. Mi piaceva abbastanza come titolo ma lo trovavo un po’ noioso forse per quel suo tono neo-Cattolico. Allora una notte, e più precisamente alle 4 di mattina, ho pensato a The Frontier of Dawn, che suggeriva entrambi i temi che ho trattato, il suicidio e gli spettri. Ho girato il film con questo titolo in testa anche perché mi offriva la chiave per interpretare meglio ogni singola scena. Forse il titolo è un po’ troppo poetico: e al cinema la poesia può, e deve, uscire fuori solo attraverso un processo incosciente. Ed emerge solo se film possiede un’anima.
Uso il bianco e nero perché mi dà la possibilità di ritornare alle origini del cinema, ai Lumière e ai loro tempi: per me questa è una cosa che riveste un’importanza vitale, cerco sempre di riportare sullo schermo l’emozione di un cinema diverso, lontano ormai, ma dal quale io non voglio separarmi.
Alcuni mi hanno sempre attaccato e altri mi hanno difeso: è normale che sia così. Parlare dei sogni e del mondo del sovrannaturale è sempre molto rischioso, visto che tanti altri registi prima di me hanno fallito quando hanno trattato questi temi nelle loro pellicole. Io ho scelto di rischiare. Non è facile abbandonarsi al sovrannaturale al cinema perché bisogna forzarsi, bisogna uscire per un attimo dal proprio universo razionale. E questa non è certamente una cosa da poco.
LA FRONTIÈRE DE L'AUBE
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