CANNES 61 - "Il resto della notte", di Francesco Munzi (Quinzaine des réalisateurs)
Quest’opera seconda del regista di Saimir si evidenzia per un immediato impatto nel modo in cui comunica una sensazione di disagio e malessere. L’indagine della crisi della famiglia borghese appare però decisamente fuori dalle sue corde, mentre risultano decisamente più riusciti i momenti in cui filma l’estraneità, l’impossibilità di un'integrazione, immergendo i personaggi in una persistente penombra. Nelle sue disuguaglianze, quello del regista è comunque un percorso da seguire
Entra ancora all’interno di conflitti familiari il cinema di Francesco Munzi. Dopo il felice esordio di Saimir, in cui emergeva il difficile, quasi tragico rapporto tra il sedicenne albanese e il padre, anche in questo secondo lungometraggio il cineasta pone in primo piano alcune forti, lacerate fratture. Da una parte c’è una benestante famiglia borghese composta da Silvana (Sandra Ceccarelli) e Giovanni (Aurélien Recoing). Lei soffre di disturbi nervosi e quando le spariscono un paio di orecchini, decide di licenziare, contro la volontà del marito e della figlia Anna, la domestica rumena Marja (Laura Vasiliu) ritenendola colpevole del furto. Dall’altra c’è Jonuz (Constantin Lupescu), un uomo rumeno appena uscito dal carcere al quale il fratello, dopo la morte della madre, gli si è attaccato quasi morbosamente e diventa ancora più geloso quando Marja, che è stata la sua ex-fidanzata, torna da lui. Jonuz gestisce a sua volta dei traffici illeciti con Marco Rancalli (Stefano Cassetti), un giovane cocainomane che ha un figlio di 8 anni affidato alla sua ex-moglie. Quando questa decide di non volerglielo più fare vedere, lui diventa sempre più aggressivo e decide di coinvolgere il suo complice in un azione ad alto rischio.
Non c’è dubbio che nell’opera di Munzi non si sentono affatto i segni di una costruzione narrativa. Anzi il suo sguardo ha un immediato impatto e comunica subito, proprio a livello istintivo, un diffuso senso di disagio e di malessere. Saimir dava l’impressione di essere più chiuso e compiuto mentre Il resto della notte appare più dispersivo. Forse è lo spazio, anzi gli spazi che si moltiplicano dentro/fuori Torino a creare questa frammentazione. Ma al tempo stesso l’indagine sulla crisi della famiglia borghese non sembra essere nelle corde del regista in quando ogni gesto appare eccessivamente sottolineato da primi piani, frasi non dette, e la rabbia repressa appare più una conseguenza della recitazione degli attori piuttosto che un comportamento naturale dei personaggi. Ciò appare poi addirittura altisonante nel modo in cui viene raccontata la relazione extraconiugale tra Giovanni e l’amante (Valentina Cervi), come se si trattasse di un ulteriore dettaglio da accumulare. Sicuramente è invece più felice il modo in cui viene raccontato il rapporto tra Ionus e il fratello o quello di Marco con il figlio. Qui si avverte in pieno l’estraneità di queste figure rispetto agli altri, la loro mancata integrazione, la definitiva distanza. Riprendendo quasi quelle tonalità grigie del film precedente (il direttore della fotografia è lo stesso, Vladan Radovic) Munzi immerge questi personaggi in una persistente penombra, fisica oltre che esistenziale. Ed anche la prova degli interpreti appare anche più vissuta. Su tutti emerge l’ottimo Stefano Cassetti, il Roberto Succo del film di Cédric Kahn. Il suo dialogo con la dottoressa alla quale chiede delle medicine, oltre la sequenza della sparatoria, sono quelle migliori del film. Nella sua disuguaglianza, nei suoi eccessi, anche nella ricerca di facili soluzioni (più a livello di scrittura che visivo), Il resto della notte conferma comunque un forte interesse per la strada presa dal cineasta.
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