CANNES 61 - "Adoration", di Atom Egoyan (Concorso)

Ancora una riflessione sulle forme differenti della comunicazione, sullo scarto tra apparenza e realtà, sulla soggettività della verità. Stavolta il cineasta canadese appare però intrappolato nel suo stesso meccanismo ma non se ne accorge, anzi emerge la sua componente più moralizzatrice e filosofica in cui quel mondo rappresentato, quella distanza dal passato sono guardati dall’alto. Si tratta decisamente del suo film peggiore. VIDEO

adorationLa civiltà delle immagini, le forme differenti della comunicazione, lo scarto tra apparenza e realtà, la soggettività della verità sono elementi sempre al centro del cinema di Atom Egoyan. Anche con Adoration si entra in una sorta di dimensione parallela che vede protagonista Simon, un adolescente che modifica la propria identità e la propria percezione di sé attraverso Internet. Le reazioni sono diverse e opposte. Emergono così i frammenti di esistenze individuali e collettive: un’insegnante di letteratura e teatro (interpretata da Arsinée Khanjian), lo zio e il nonno del ragazzo. Sospeso continuamente tra passato e presente, nell’incertezza se il vissuto sia autentico o una proiezione soggettiva, l’opera del cineasta canadese spinge all’estremo il proprio teorema sulla visione. La riflessione sulle immagini vuole avere la stessa complessità di Calendar, la materializzazione dell’altra realtà rimanda ad Exotica, mentre la memoria che riprende forma, speculare e contaria aveva attraversato False verità. Il meccanismo è estremamente complesso ed anche in Adoration tutto è reso con il consueto stile rarefatto del regista. Stavolta però Egoyan è totalmente schiavo, quasi intrappolato della sua stessa costruzione narrativa e visiva. Le epifanie, le rivelazioni prendono forma in maniera affannosa attraverso una densità di azioni (la litigata della madre di Simon e del marito prima dell’incidente d’auto in cui hanno perso la vita), primi piani (il volto della donna all’aereoporto per il controllo), dettagli (il pezzo del violino). Se Il viaggio di Felicia appariva un’opera non riuscita soprattutto perché emergeva un’estraneità a livello di set, Adoration è primo di tutto vittima della propria autorialità. Si tratta al momento soltanto di due incidenti di percorso nella filmografia di un grande cineasta. Questo però appare proprio la sua opera peggiore. Con Adoration infatti emerge non solo il fatto che la struttura formale tende a soffocare i personaggi portando anche a creare situazioni al limite del ridicolo (l’immagine finale con Simon che guarda sul ponte i genitori che si amano) ma emerge addirittura la parte più moralizzatrice del regista che stavolta, dietro la sua apparente distanza, sembra avere uno spirito filosofico sui giorni d’oggi che invece non si intravedeva nell’opera precedente. Questo è lo stesso rischio in cui cade talvolta il cinema di Wenders. Soltanto che poi il cineasta tedesco ha spesso delle accensioni improvvise che portano ad essere attratti da film inizialmente respingenti. Egoyan invece non possiede questo dono. Anzi, più va avanti più Adoration è carico e pieno si sé. Le strutture dei generi (squarci di thriller e noir) sono oltrepassate già sistematicamente. Si guarda la storia solo dall’alto. Ma da qui non si vede (e non si vuole vedere) più niente.

 

 

Adoration

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