CANNES 61 - "A Festa da Menina Morta", di Matheus Nachtergaele (Un Certain Regard)
Arriva dal Brasile questa pellicola divisa tra sacro e profano: interessante esordio dietro la macchina da presa per Matheus Nachtergaele, presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2008, A Festa da Menina Morta colpisce soprattutto per la sua visionarietà ludica e partecipata, per quel suo carnascialesco canto di vita e di morte.
Ambientato in uno sperduto villaggio Tupi lungo il Rio delle Amazzoni in Brasile, A Festa da Menina Morta è una pellicola che indaga con passione quella sottile linea che separa la superstizione dalla religione, tra il misticismo, paganesimo e cattolicesimo. Un film perciò dalle tematiche intimamente brasileire, dove il sacro ed il profano si compenetrano in una dimensione pressoché unica ed incatalogabile, dove l’unico protagonista è quest’universo popolare, rappresentato in uno stato di sospensione, di irrequieta surrealtà. La storia è quella di Santinho, un giovane ritenuto Santo per una sorta di miracolo compiuto da bambino, e di tutto il suo seguito di aiuti, fedeli, ivi compresa la madre desaparecida, forse morta forse sognata, e la cui apparizione scombina i piani del santo e il padre, con cui ha addirittura un rapporto incestuoso. L’esordiente Matheus Nachtergaele dirige con mano sicura questa storia borderline, soprattutto per quanto riguardo il comparto visivo: a colpire è soprattutto la scelta di usare delle luci al neon negli ambienti chiusi che contribuiscono a creare un atmosfera rarefatta e quasi mistica, che interpreta ottimamente lo spirito e la natura visionaria di questo film. L’aspetto fotografico suggerisce fonti d’ispirazione cinematograficamente molto lontane, pensiamo soprattutto a quel cromatismo tipico del cinema dell’estremo oriente, ai maestri del cinema taiwanese e hongkonghese in particolare (Tsai Ming-liang e Wong Kar-wai sono solo due esempi), come se il film fosse stato interamente virato verso il blu, o verso colori freddi più in generale, creando tensioni davvero distanti dal caldo dei Tropici. L’interesse di Nachtergaele dunque non è da ricercarsi nell’intreccio o nella narrazione più generale, che lasciata come è quasi al caso ne risente indubbiamente in maniera pesante, ma è come se fosse interamente teso alla ricerca di uno sguardo proprio, come se fosse alla ricerca del suo cinema. Nessuno stile precostituito dunque ma ricerca, sul campo, senza mediazioni. Un esordio a tutti gli effetti, con i suoi limiti ma vivo, quantomeno.
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