CANNES 61 - "Io vorrei parlare di cinema...", Incontro con Paolo Sorrentino

Il divo, che uscirà in Italia Mercoledì 28 Maggio in 300 copie circa, è il quarto lungometraggio del trentottenne regista napoletano. Il divo del titolo è l’eminenza grigia della politica italiana dal dopoguerra ad oggi, Giulio Andreotti.

Come è stato possibile fare un film così importante senza l’aiuto di Rai Cinema e di Medusa?
Non è stato facile, devo dire la verità. Molti produttori sono letteralmente scappati appena hanno saputo che si parlava di Andreotti: quindi anche per motivi politici il film spaventava tutti. Per cui voglio fare una piccola postilla: essendo stato un film con tanti no, voglio ringraziare due volte chi ha detto si.

Perché Andreotti?
Era un progetto che avevo in mente da anni, devo dire la verità, forse da sempre. Pensavo fosse impossibile realizzarlo e forse avevo ragione…Negli anni mi sono spesso autocensurato perché non me la sentivo di portarlo avanti. Poi ho preso coraggio e ho iniziato a fare delle ricerche, soprattutto sui giornali, e la cosa più difficile è stata quella di selezionare poi gli episodi e gli aneddoti che avevo accumulato per cercare di ricreare questo personaggio unico, sfuggente. Una persona che ha alimentato presso l’opinione pubblica due anime contrapposte: quella del manovratore occulto e quella del buon padre di famiglia.

Secondo te questo film può servire per parlare di politica in Italia?
Io vorrei parlare di cinema, spero che l’aspetto politico non finisca col prendere il sopravvento su quello filmico. Mi farebbe comunque piacere se il film riuscisse ad aprire un dibattito su un periodo, quello della cosiddetta “Prima Repubblica”, chiuso troppo frettolosamente dal nostro paese. Anche perché in Italia penso ci sia una natura occulta del potere molto forte, è una nostra peculiarità quella di nascondere le cose del Palazzo.

Andreotti ha visto il film? Se si, quale è stata la sua reazione?
Si, lo ha visto. Ha avuto una reazione molto stizzita e questa è già una notizia per uno che ha sempre reagito alle critiche e alle accuse con un’ironia dissacrante.

Ti sei ispirato a qualche autore in particolare per fare il film?
Penso sia meglio guardare da lontano i grandi maestri del cinema e da vicino quelli meno bravi…A parte questo, amo molto il cinema di Elio Petri, proprio per quella sua capacità di lavorare sulla realtà del nostro paese, ma anche quello di Rosi, ovviamente.

C’è anche però una forte dose di surrealismo nel film. Come mai hai scelto questa strada per raccontare episodi reali?
Non è stata una scelta stilistica, è stata una scelta legata al racconto. Dovendo raccontare molte cose, e alcune non avevo certamente il tempo per risolverle e spiegarle in maniera accurata, ho dovuto ricorrere all’astrazione. Quindi le scene con lo skateboard, per esempio, mi servivano per collegare due frammenti di storia e metterli insieme, creare un ponte insomma.

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