CANNES 61 - "Ocean Flame", di Liu Fendou (Un certain regard)

 

Ci sono tracce del cinema di Kim Ki-duk e di Kitano Takeshi in Ocean flame, nel gioco di una seduzione mortale che passa tutta attraverso la fisicità, il sesso e la violenza, il sangue e la menomazione fisica. Inoltre questo potente e fiammeggiante melodramma porta in sé più i segni e il dibattersi di certo cinema coreano e giapponese che di quello cinese/hongkonghese al quale appartiene

ocean flameHa più i segni e il dibattersi di certo cinema coreano e giapponese che di quello cinese/hongkonghese al quale appartiene, Ocean Flame, melodramma ad alta gradazione di massacro violentemente e dolcemente sadomasochista firmato da Liu Fendou, sceneggiatore e produttore, alla sua opera seconda dopo Green Hat, del 2004.

Melodramma per tre personaggi e alcuni luoghi ricorrenti (una spiaggia, un hotel, un appartamento), esplorati nella dimensione di un lungo flash back e, dentro quel tempo, con una struttura narrativa e di montaggio precisa nell’avanzare per scarti e passaggi di estrema libertà, aderendo al flusso degli impulsi vissuti dai personaggi, mai lineari, inestricabili nel loro farsi e disfarsi e ripetersi necessariamente addicted, fino alla morte, o meglio all’altrove fisicamente sentito e mostrato.

Wang Yao è un giovane senza vergogna che fa il ricattatore. Un giorno, in un bar, incontra Lichuan, una ragazza che crede di poter controllare come le altre. Ma tra i due si insinua, sempre più possente, una dipendenza che li porterà a gesti estremi. A un doppio suicidio nel tempo: Lichuan, tagliandosi le vene nella vasca da bagno mentre la polizia fa irruzione nell’appartamento per sventare i traffici di quella gang dagli spericolati giochi sessuali e di estorsione; Wang Yao facendosi sotterrarre (come nel Kiarostami de Il sapore della ciliegia), otto anni dopo, quando il film torna nell’oggi, dopo la sua uscita di prigione, sulla spiaggia, con le ceneri della ragazza. I due tempi si sovrappongono ancora e sempre sfasati e vicini.

Ci sono tracce del cinema di Kim Ki-duk e di Kitano Takeshi in Ocean flame, nel gioco di una seduzione mortale che passa tutta attraverso la fisicità, il sesso e la violenza, il sangue e la menomazione fisica (esemplare nella figura del complice di Wang Yao, che rimase paralizzato cercando di fuggire dalla finestra all’arrivo dei poliziotti e che il protagonista ritrova al suo ritorno nel quartiere, recuperandolo mendicante dalla strada, accompagnandolo nella sua lurida abitazione frequentata dai topi e aiutandolo a morire, su sua richiesta). Film di contatti brutali e di improvvise sospensioni romantiche, come il viaggio degli amanti sul bus deserto scoprendo, noi e/con loro, squarci della città. In un’opera attratta dalle fiamme dell’oceano, dal tempo che si espande (la lunga camminata di Wang Yao nel suo viaggio verso la sparizione) e interrompe senza preavviso, spazio dove elaborare le scene madri di questo mélo fiammeggiante.

 

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