CANNES 61 - "Salamandra", di Pablo Aguero (Quinzaine des réalisateurs)
Primo lungometraggio del trentunenne cineasta argentino che ha girato il film proprio nel villaggio in Patagonia dove è cresciuto. Nel film non si rintracciano quei segnali di libertà che opere del genere dovrebbero fornire. Inoltre, paradossalmente, ciò che resta emarginato appare proprio l’elemento paesaggistico
Dall’Argentina approda alla Quinzaine Salamandra, primo lungometraggio di Pablo Aguero, film di nervosi spostamenti alla ricerca di una terra, di una stabilità sempre utopici. La protagonista Alba, una donna di circa 30 anni, è venuta a recuperare il figlio Indi di 6 anni. I due praticamente non si conoscono. Lei, instabile e lunatica, raggiunge col ragazzino El Bolson, una vallata della Patagonia, luogo per rifugiati provenienti da diversi luoghi. A casa del defunto dr. Schulz ci sono, giorno e notte, delle feste. Ai piedi della cordigliera, i figli degli abitanti del posto si divertono a demolire una scuola e ad attaccare le abitazioni dei nuovi arrivati. In questo contesto Alba e Inti cercano di costruire un rapporto madre-figlio. Non senza difficoltà.
Il trentunenne Aguero che aveva realizzato il suo primo lavoro a 15 anni, ha girato anche i suoi precedenti corti ad El Bolson, il villaggio dove è cresciuto. Il cineasta cerca di raccontare la vicenda con uno stile diretto, filmando questa dimensioni fuori dal mondo e mettendo in luce le derive esistenziali dei suoi protagonisti. Il fatto è che però la loro non appare tanto una scelta ma appare soprattutto come la conseguenza di una serie di eventi fortuiti. Il cineasta cerca quasi un ‘cinema diretto’ per catturare emozioni e reazioni nella loro autenticità. Benché gli attori siano intenzionalmente abbandonati a loro stessi, però non si rintracciano quei segnali di libertà che opere del genere dovrebbero fornire. Anzi, Salamandra perde di fisicità proprio perché sovrabbondante di dialoghi e di primi piani manipolati dall’illuminazione. Paradossalmente ciò che resta emarginato appare proprio l’elemento paesaggistico. Non che non sia presente ma alla fine sembra rappresentare più uno sfondo. Forse Aguero conosce così bene quei posti che ha pensato che il décor naturale potesse avere meno importanza. Però è proprio quello spazio che può rappresentare l’unico punto di fuga.
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