ATLANTIDE 2008 - "Diary of the dead", di George Romero (Il mito del cinema)

Con il quinto capitolo della saga degli Zombi, Gorge A. Romero prova ad uscire dalla contrapposizione noi-loro. Finora, sia che fossimo Uomini o Zombi siamo stati comunque perdenti, adesso vuole darci un’altra possibilità: farci sentire testimoni degli eventi. Razionali ancora quel tanto che basta per analizzarli (che è il primo passo per modificarli). VIDEO – GALLERIA FOTOGRAFICA

Diary of the DeadIl quinto episodio della saga degli Zombi rappresenta per Romero un nuovo inizio sotto vari punti di vista. Innanzitutto siamo nuovamente catapultati al giorno in cui tutto comincia, il giorno che segna un prima ed un dopo per l’umanità (… l’11/9 Zombi). C’è poi il ritorno alla produzione indipendente ed a basso budget, cosa che lo stesso Romero in più occasioni ha definito esaltante, arrivando ad affermare  “non mi sentivo così libero dal ‘68”. Infine (almeno apparentemente) sperimenta un linguaggio nuovo, quello del docufilm; quindi uso prevalente di videocamera amatoriale contaminata con riprese da sistemi di sorveglianza, spezzoni di tg, webcam, immagini da telefonini.

La storia è quella di un gruppo di studenti di cinema e del loro professore che si recano nella foresta per girare un horror, venuti a sapere “dell’epidemia Zombi” decidono di tornare a casa e di documentare con le proprie videocamere quello che vedono. Ci si potrebbe aspettare di trovarsi di fronte ad un’ora e mezza di riprese in soggettiva, inquadrature traballanti e principi di emicrania. Non è così. Tutti i principi cardine del film verità vengono traditi. Le sequenze in soggettiva in movimento sono ridotte al minimo, optando per continui cambi di inquadratura che rendono il montaggio evidente (c’è addirittura una sequenza in cui assistiamo  al montaggio del girato). Le luci non sono naturali ma fredde. Soprattutto, però, ad essere tradito è l’assioma  stesso del docufilm (qui ed ora = verità). L’evidenza del montaggio, che è scelta e dunque racconto, ma soprattutto la presenza della voce narrante ci toglie qualunque illusione di immediatezza.

Quello che sta a cuore a Romero non è certo l’illusione della verità. Non ci crede e ce lo fa dire dalla voce narrante “prima c’erano 3 canali televisivi e 3 bugie, oggi con milioni di videocamere ci sono milioni di bugie”. A lui interessa uscire dalla contrapposizione noi-loro che è stata sviscerata (letteralmente) negli episodi precedenti. Sia che fossimo Uomini o Zombi siamo stati comunque perdenti, adesso vuole darci un’altra possibilità: farci sentire testimoni degli eventi, razionali ancora quel tanto che basta per analizzarli (che è il primo passo per modificarli). Farci dire (con la voce narrante) nel finale, dopo una carrellata di atrocità commesse dagli uomini sugli zombi, se meritiamo di essere salvati (che equivale a chiederci cosa dovremmo fare per essere salvati). In poche parole, dopo quarant’anni, prova a restituirci la possibilità del cambiamento, la speranza, sapremo meritarcela?

 

 

Trailer “Diary of the dead” - Romero

 

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