RomaFictionFest 2008 - Concorso Serie Lunghe: "Il Commissario Manara" & (e non è) "L'Ispettore Coliandro 2"
Perché Davide Marengo non è il terzo dei fratelli Manetti. Come il suo Commissario Manara si adegua presto alla vita del paesino tv dove è stato spedito, così lo stile pop e ruffiano dell'innocuo Marengo pareva già pronto alla televisione, subito assimilato dal piccolo schermo. Il Coliandro dei Manetti continua invece ad essere non-allineato, e per niente compromesso, girato sfruttando tutte le potenzialità balistiche, iperboliche, spaziali del mezzo, con una magnifica aderenza alla notte nerissima della Bologna di Lucarelli. Grazie a dio ci sono i Manetti, salvezza della settimana di Festival.
Circa tre anni fa è andata in onda una di quelle fiction 'garbate', 'pulite', 'modeste', che perseguivano quella certa via 'gentile' al poliziesco in tv che è un po' l'equivalente catodico del mangiare un hamburger, ma di soia (non c'è niente di male, ma manca la carne...). Si chiamava Una famiglia in giallo, ed era taaanto colorata: ambientata in un paesino dell'entroterra toscano che pare Sundance City per l'incredibile varietà delle tinte sgargianti negli abiti degli abitanti, nei colori delle pareti delle case, dei paletti dei recinti dei giardinetti, la serie aveva come protagonista uno sgangherato commissariato fatto di agenti buffi e pieni di bizzarrie, ognuno un tipo particolare, però alla fin fine tutti ligi, valorosi e infallibili, a cui dava molto benvolentieri una mano nelle indagini una arzilla zietta, vero e proprio investigatore geniale, la zia Caterina di Valeria Valeri. Passa il tempo, e tutta questa formidabile compagnia, paesino-dai-colori-sundance incluso, te la ritrovi nella (inevitabile!) discesa sul piccolo schermo di Davide NotturnoBus Marengo, Il Commissario Manara (“come quello dei fumetti erotici?”, gli chiede Jane Alexander...). Manara (Guido Caprino, parecchio bravo) viene infatti mandato come punizione per le sue continue insubordinazioni proprio a gestire il commissariato di provincia di Una famiglia in giallo: abituato a ritmi e metodi 'urbani', dovrà adeguarsi allo 'stile' della serie (certo non siamo nemmeno lontanamente dalle parti di capolavori come Hot Fuzz, se la storia potrebbe farlo pensare...) - abbastanza facile è il parallelo con la vicenda di Davide Marengo, 'costretto' dopo aver segnato uno dei successi italici maggiori della scorsa stagione al cinema, ad 'abbassarsi' a girare questi 'simpatici' prodotti per la tv. Eppure, come il suo Manara riesce subito simpatico soprattutto ai personaggi femminili della serie (e nel finale si chiude in camera d'albergo con la figlia carina dell'assassinato...), risolvendo senza troppi intoppi il caso del primo episodio Un delitto perfetto, senza creare scompigli nella routine televisiva del set, così lo stile ruffiano, pop e cool-alternativo di Marengo pareva già pronto alla televisione, facilmente assimilabile e assimilato dal piccolo schermo, così innocuo da venire tranquillamente inghiottito e digerito dal tubo catodico, con buona pace sua, del Commissario ombroso e bastardo, e di zia Caterina “l'amante dei libri gialli”. Chi invece continua a dimostrarsi non allineato, e per niente compromesso, sono i Manetti Bros. Autori di prodotti televisivi secondi in Italia unicamente a quelli di Michele Soavi, e che continuano ad essere ostacolati in ogni modo dalla programmazione rai per nulla interessata a valorizzare gioielli come gli episodi della miniserie Crimini o, appunto, la prima travagliatissima tornata de L'Ispettore Coliandro, i Manetti sono la salvezza dell'intera settimana passata in sala al FictionFest: guardi questa prima puntata (La Pistola, perché Coliandro se la perde e deve ritrovarla come Lam Suet in PTU) della seconda serie dell'Ispettore creato da Carlo Lucarelli e interpretato dal grandissimo Giampaolo Morelli, e subito pensi “grazie a dio ci sono i Manetti!”. I due fratelli girano con stile asciutto, efficacissimo, ma costantemente su di giri, all'interno delle traiettorie delineate dal loro personalissimo mondo fatto di rimandi al cinema e alla cultura popolare, ma restando sempre artefici di una magnifica urgenza e di un'aderenza sostanzialmente esplosiva alla realtà della notte tentacolare e labirintica della Bologna lucarelliana, in cui lo studente con cane annesso visto per strada si accompagna all'anziano contadino partigiano che vive in un casolare di campagna insieme ad una polacca ventenne. L'Ispettore Coliandro attraversa gli eventi drammatici e criminosi di cui è testimone con una sprovvedutezza che ha il compito di alleggerire le trame nerissime escogitate dallo scrittore, eppure si sanguina dopo le sparatorie, si muore dopo le feroci coltellate, ci si frattura le nocche a tirare pugni, e la scientifica serve solo a risolvere i furti di prosciutti dal magazzino della polizia. I Manetti girano con una consapevolezza tutta oltreoceanica delle potenzialità del mezzo, sfruttandone al massimo, sino al parossismo, le possibilità balistiche, iperboliche, spaziali. E parlano di camorristi illuminati da luci al neon blu in squallidissimi night club che commerciano in scorie radioattive.
Com'è che a nessuno passa per la testa di invitarli a Cannes?
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