VENEZIA 65 -"Čuvari noči" (Nightguards), di Namik Kabil (Settimana della critica)

Due guardiani si aggirano per le stanze della produzione e del consumo senza uno scopo e con vero smarrimento, ed è forse nel far perdere l’orientamento a chi guarda l’unica possibilità di raccontare l’orrore. Nelle relazioni con la realtà arbitrarie e allentate sembra risuonare la presenza di Beckett e l’interruzione della ricerca del senso

L’ombra della guerra in Bosnia è un fantasma che non vuole lasciare il territorio. Un incubo che rivive nello spazio di notturne fabbriche piene di oggetti, vuote di vita. Uno spazio senza attrattiva, senza adrenalina da scoperte dietro angoli bui, in cui si muovono due protagonisti, unici personaggi del film se si escludono un gatto e la veloce visita di un poliziotto. Un delirio di sottrazione, rarefazione e silenzio, camera fissa sulle poche parole, movimenti circolari e altalenanti senza direzione. La sola luce è quella di un cielo lattiginoso che ferisce gli occhi e non allevia l’anima. Namik Kabil, al suo primo lungometraggio dopo il corto Informativni razgovori (Interrogation), realizza un film senz’altro originale nel suo modo di affrontare lo smarrimento post-conflitto: i due guardiani notturni del titolo si aggirano per le stanze della produzione e del consumo senza uno scopo e con vero intimo smarrimento, ed è forse nel far perdere del tutto l’orientamento a chi guarda l’unica possibilità di raccontare l’orrore. Le relazioni con la realtà sono arbitrarie e allentate, come quelle con le compagne dei protagonisti (che si materializzano solo al telefono) o con l'autorità, con la quale uno dei due guardiani ha un incontro in cui – come forse nella totalità del film – sembra risuonare la presenza di Beckett e l’interruzione della ricerca del senso. Il valore del percorso scelto dal regista ha un rovescio, quello di far vagare la pellicola tra i diversi aspetti del trauma – la malattia mentale e fisica, la violenza, l’egoismo, la speranza, la rinascita, quest'ultima rappresentata dal tema della gravidanza che è oggetto nascosto di quasi tutte le conversazioni – senza penetrarne alcuno, continuando a scivolare.  Proprio come chi preferisce deviare il pensiero e il ricordo.
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