VENEZIA 65 - "La rabbia di Pier Paolo Pasolini" di Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Bertolucci (Fuori concorso - Eventi)
Dopo Pasolini prossimo nostro, Bertolucci torna a rimettere ordine tra i mille frammenti sparsi della complessa riflessione pasoliniana. Ma la ricostruzione di quei sedici minuti iniziali, scomparsi nelle vicissitudini produttive, poco aggiunge all’importanza de La rabbia, film che reca scritti nelle più intime profondità i segni del suo tempo e del suo autore
La rabbia è un sentimento antico e le sue origini risalgono indietro nel tempo. Era il 1963 quando Gastone Ferranti, direttore dei cinegiornali Mondo Libero, propose a Pasolini di utilizzare materiali di repertorio e di attualità per un’analisi politica e poetica sulla contemporaneità. Compito certo non facile, ma che offriva al regista di Accattone la possibilità di esprimere compiutamente le sue idee e la sua visione sulla società. Ne venne fuori La rabbia, un film montaggio che raccoglieva frammenti girati in tutto il mondo. Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Ungheria (i fatti del ’56), Inghilterra (l’incoronazione di Elisabetta II), Stati Uniti (gli esperimenti nucleari, le elezioni di Eisenhower), Italia (l’elezione al pontificio di Giovanni XXIII), Corea, Francia, Congo: lo spaccato di una società in fermento ed evoluzione, in cui Pasolini legge il dominio sempre più asfissiante e al tempo stesso la crisi di una classe borghese mediocre e miope. Misto. a le cose non andarono come previsto. Ferranti pensò bene di affiancare a Pasolini, voce libera, ma pur sempre di “sinistra”, un esponente della cultura di “destra”: lo scrittore Giovannino Guareschi. Dapprima Pasolini si mostrò contrario all’intervento, poi fu costretto ad accettare, suo malgrado, la proposta di Ferranti. Rinunciò così alla prima parte del suo film, quei sedici minuti oggi ricostruiti da Giuseppe Bertolucci, con l’ausilio della Cineteca di Bologna. Un’operazione filologica che parte da un’idea di Tatti Sanguineti e che segue i testi di accompagnamento scritti dallo stesso Pasolini, all’epoca letti da Giorgio Bassani e Renato Guttuso, ora, invece, affidati alla voce del poeta Valerio Magrelli. Bertolucci, dopo Pasolini prossimo nostro, torna a mettere ordine tra i mille frammenti sparsi della complessa riflessione pasoliniano. Un tributo alla memoria che in realtà poco aggiunge all’importanza de La rabbia, film che reca scritti nelle più intime profondità i segni del tempo e del suo autore. Un film che soffre di un sottile malattia retorica e sembra, a tratti, asservito alla zavorra di uno schematismo di fondo, nonostante il ripudio netto di ogni schema e dottrina precostituita e imposta. Ma, aldilà di tutto, Pasolini l’alieno, il perseguitato, l’ignorato (come dimostrano appieno le testimonianze d’epoca che chiudono la proiezione) rinnova ancor una volta la sua comunione istintiva, sincera con gli umili e gli sradicati. La rabbia è l’ennesimo atto di una lucidità intellettuale ai limiti della preveggenza e di una forza poetica capace di cogliere un’emozione impagabile ovunque. Nel pianto di un bambino o nel volto di Marilyn.
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