VENEZIA 65 - "Volevemo far provare le emozioni di personaggi che non si vedono" - Incontro con Avi Mograbi
Avi Mograbi - già presente a Cannes, a Rotterdam e a Berlino - è arrivato a Venezia con il suo nuovo documentario Z32, storia di un soldato israeliano che ha ucciso in modo del tutto gratuito dei palestinesi inermi.
Avi Mograbi è un documentarista israeliano che ha sempre sposato la causa pacifista e si è battuto per un cinema di grande impegno politico, che ha già partecipato ai più grandi festival europei. Z32 è la storia di un giovane soldato che pochi giorni prima del suo congedo ha ucciso dei palestinesi inermi, e il regista ha cercato di fare la cronaca della sua strada verso la comprensione e il perdono. Lontano dall'essere una fredda ricostruzione, Z32 è invece un film in cui la presenza di Mograbi è dichiarata e necessaria, come se il film-maker non potesse tirarsi fuori da quello che vuole raccontare.
La costruzione dell'intreccio di Z32 è complessa, non lineare, e ci sono diversi piani: quello dell'autore, quello dei personaggi e di come si raccontano, il ritornare nel luogo dove si è commesso il delitto. Era tutto previsto dall'inizio, in fase di scrittura, oppure cosa ha influito durante il lavoro?
La struttura dello sviluppo è nata durante il film, e all'inizio non sapevamo affatto come sarebbe diventato. Volevamo fare una cosa semplice, poi c'è stata subito l'esigenza del protagonista di non essere mostrato, di non far vedere il suo viso mentre si racconta, e allo stesso tempo noi dovevamo cercare di non far perdere le sue emozioni. Poi sono sorti dei problemi morali, e abbiamo iniziato a chiederci cosa stessimo facendo: stiamo coprendo un assassino, stiamo nascondendo un criminale di guerra? Non sapevamo come mostrare questi dilemmi morali. Potevamo metterli in musica, ad esempio: potevamo trasformare la storia in un'opera? Così, il lavoro finale è molto diverso dal progetto iniziale.
Quale spettatore speravate di incontrare, quando avete girato Z32?
Volevamo far vedere le persone pur non mostrandole, creare un'illusione nel loro aspetto che spesso si interrompe. Volevamo far provare le emozioni di personaggi che non si vedono. A Tel Aviv uno spettatore ci ha detto di essere sicuro di aver visto il protagonista tra la folla, in mezzo alla sala, ma lui in realtà non c'era. Volevamo far credere che fosse una persona ordinaria, un ragazzo qualunque condizionato da un processo di addestramento, non certo un serial killer o un sicario professionista.
Gli interpreti hanno visto il film?
Sì, il protagonista ha visto il film, anche durante la lavorazione. Non ho tenuto nulla in segreto: sapevano di cosa trattava e di come lo trattava. Lui aveva molte riserve, ma è stato comunque coraggioso, e davvero rispettoso del mio lavoro. Non so se lui e la sua ragazza hanno cambiato opinione sulla vicenda che ho mostrato. So però che dopo il film si sono lasciati.
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