VENEZIA 65 - "Puisque nous sommes nés" , di Jean-Pierre Duret, Andréa Santana (Orizzonti)
Da oggi i minuscoli adulti dolenti di Puisque nous sommes nés, Nego e Cocada, bruciano nel nostro cuore, come bruciano i mattoni che un vecchio costruisce e cuoce con le sue mani spaccate, mani e piedi spaccati nell’arsura del Nordeste brasiliano, altare di mattoni su una crosta solare senza ombre che sembra già fantascienza. Scalciano contro la morte, equilibristi, visto che ormai sono nati. GALLERIA FOTOGRAFICA
Da ora in poi, i minuscoli adulti dolenti di Puisque nous sommes nés, Nego e Cocada, bruciano nel nostro cuore, come bruciano i mattoni che un vecchio costruisce e cuoce con le sue mani spaccate, mani e piedi spaccati nell’arsura del Nordeste brasiliano, altare di mattoni su una crosta solare senza ombre che sembra già fantascienza. Andréa Santana, architetto, tratta gli spazi da riprendere restandoci impigliata, come un sommozzatore che teme e adora l’oceano; Jean Pierre Duret, ingegnere del suono per il Dardenne, Zulawski e Straub & Huillet tra gli altri, raccoglie il rumore assordante delle cose: l’agonia di un’asina mangiata dalle formiche, quella di una mucca alla quale i miserabili si ricordano di coprire la testa con le fronde contro l’offesa del sole (e le fronde si agitano e sussultano al ritmo della sua morte). Cattura l’occhio del maiale terrorizzato che morde un piede del bambino, animali forse mansueti che si ribellano - occorre scalciare, contro la morte, visto che ormai, siamo nati - e con la stessa morsa amorevole e rigorosa accarezza le teste sporche, sempre una accanto all’altra, dei bambini, che covano pensieri mostruosi, dolci, grandi e temibili quanto la vita stessa; di una loro madre insieme dura e ferita, piena di dieci, di troppi figli – ma è un troppo che lei dichiara senza rancore, perché in fondo è meglio un altro figlio, che una malattia. Dei loro dieci padri perduti, diversi, uno pazzo, uno picchiatore, uno tenero. “Se continua così, prendo del veleno”: non siamo, compiaciuti, in una City of God: la violenza di esistere, è un semplice dato di fatto: di giorno, Nego e Cocada indifferentemente lavorano (per niente), e mendicano (quasi per caso), privi di spavalderia, privati di desideri, privi di paure – a parte quella di tornare nel punto esatto del terreno dove tuo padre è crepato all’improvviso, né più e né meno,
tra le tue braccia – privi di sogni, se non quelli agitati, abitati dal mangiafegato – lo spaventapasseri del trafficante di organi, e da un camionista che è una Fata-Gesù, un abbraccio sicuro, la figura che può portarti via, insegnarti un mestiere che ti conduce lontano, quasi un dio che splende nel grasso di motore.
Di notte, guardano con occhi seri il futuro splendente e bestiale che se ne va con gli autobus di passaggio, scivola attraverso i chicchi di mais, decisi a non sopravvivere, e neppure a morire, se deve avvenire nell’incoscienza. La favela di Nego è una pianta senza semi dove si lotta per l’acqua come in un rito quasi festoso (una sola lacrima dignitosa nell’occhio disseccato di una vecchia, che non è riuscita a conquistarsi la sua dose di fiume, di vita) e la stazione di servizio di Cocada è un paesaggio luccicante di colori come un triste luna-park. L’umanità strappata e deturpata che li prende a calci, che li consola, che li attraversa, respira per sempre da questo film violando definitivamente le nostre eterne difese.
* Vicino al colosseo c’è Monti, di Mario Monicelli (20’)
Prima del film di Orizzonti (piuttosto inspiegabilmente, quando ad associazione di idee), ci vengono proposti i venti inoffensivi minuti di Vicino al Colosseo c’è Monti, corto di Monicelli a spasso per uno dei rioni più antichi di Roma, la vecchia Suburra, là dove gli imperatori si aggiravano mascherati da straccioni per fiutare gli umori del popolo. Ci si aggira pigramente tra lo storico barbiere, la banda, il centro anziani, il macellaio che colleziona numeri d’epoca di Walt Disney e Pantera Bionda, valchiria oggetto dei sequestri degli alfieri della morigeratezza, si incontrano artigiani e vecchietti passeggiatori, gli orgogliosi portatori della Madonna dei Monti muniti di tatuaggi e magliette promozionali, gli abitanti di sempre, nati sulle scale di un vecchio garage, oggi trasformato in circolo per giocatori di carte e partite di calcio, una scuola di musica e un piccolo cineclub resistente; è un piccolo omaggio al quotidiano di quello che sembra un villaggio di altri tempi, racchiuso come una sorpresa, una bomboniera nel caos della metropoli.
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