VENEZIA 65 - "L'autre", di Patrick Bernard, Pierre Trividic (Concorso)
Tra i titoli più attesi del concorso, girato da due autori francesi che lavorano insieme dal 1996. Realizzatori soprattutto per la televisione di documentari sull’arte, sono al loro secondo lungometraggio per il cinema. Folle corsa del desiderio di Anne-Marie, assistente sociale di 47 anni, attratta dal giovane Alex e pronta comunque a salvaguardare la sua libertà. I fantasmi dovrebbero essere i nostri veri esseri, quelli che vorremmo essere senza mai riuscirvi…
Tra i titoli più attesi del concorso, al di là degli autori più blasonati presenti alla Mostra, il film non riesce a convincere del tutto. Girato a quattro mani da due autori francesi che lavorano insieme dal 1996. Realizzatori soprattutto per la televisione di documentari sull’arte (Le Cas Lovecraft, Un siècle d’écrivains, Ceci est une Pipe), sono al loro secondo lungometraggio per il cinema, dopo Dancing del 2003. Pierre Trividic (sceneggiatore, tra l’altro, di Patrice Chéreau, in Ceux qui m’aiment prendront le train) e Patrice Bernard seguono la folle corsa del desiderio di Anne-Marie, assistente sociale di 47 anni, attratta dal giovane Alex e pronta a salvaguardare comunque la sua libertà respingendo una solida vita coniugale. Lei lo lascia prima che possa essere lasciata, ma quando viene a sapere che Alex l’ha rimpiazzata con un’altra donna, sprofonda in un mondo inquietante, carico di gelosia, tormenti e ossessioni. La follia del desiderio inizia da qui, in questo travaso psichico, in una specie di emorragia dell’identità. La storia oscilla in una zona intermedia, tra l’intimo e il collettivo, assumendo i toni schizofrenici e maniaco-depressivi di un’esistenza votata sempre più alla sofferenza. Fantasmi e dissociazioni mentali verso la ricerca di se stessi, che potrebbe essere anche l’unica opportunità per liberarsi dalle catene del tempo inesorabilmente sempre a mancare. Cinema che ha la presunzione di non scavare e cercare fino in fondo nel personaggio perché avrebbe già trovato, avrebbe già illuminato la devastante solitudine, la sconvolgente esperienza di non ritorno. L’andamento estetizzante che congela il tempo, illividisce lo spazio, espande i contorni che braccano Anna-Marie, rievocano atmosfere esistenziali, scivolando però inesorabilmente sulla patina superficiale e a volte troppo banale di se stessi e del mondo. Non è un viaggio ai confini del pensiero inaccessibile, sembra solo l’evanescente tentativo di evocare venti sotterranei, debolmente sibilanti. Tra pensieri nascosti e conseguenze visivo-narrative non c’è abisso in cui perdersi, non è cinema contro ogni speranza, solo temporanei crolli, brevi evasioni patologiche nell’irrealtà (come la pubblicità di una crema che scorre continuamente in televisione per regalarti dieci anni di meno), acidi disillusioni concettuali troppo fredde dinanzi alla grigia massa di nausea nascosta nel cuore dell’essere smarrito. Anni luce da Rivette, che come pochi naviga attraverso i generi senza effetti ma in piani sequenza che conducono in piste sotterranee, architetture occulte, portatrici di malefici o di promesse. "L'autre" non è corporeità rimessa in moto per un paradossale miracolo divino nel quale inesorabile è frattura tra il presente irrisolto e la profonda coscienza di sé e di quell'altro. I fantasmi dovrebbero essere i nostri veri esseri, quelli che vorremmo essere senza mai riuscirvi…
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