VENEZIA 65 - "$E11.OU7! (Sell Out!)", di Yeo Joonhan (Settimana della Critica)
Ci sono altre soluzioni, oltre far conoscenza con un flacone di pesticida, per mantenere in vita il Sognatore e continuare a credere che la donna che amiamo non sia capace di nutrirsi di neonati freschi? A quanto ammonta la percentuale della nostra esistenza che abbiamo decisamente sprecato? Perché mai i soldi non vogliono bene ai poveri? A queste e altre domande risponde il soprendente Sell Out, una canzone sulla vita irresistibile piombata come una navicella spaziale.
Come nel bellissimo Last Life in the Universe di Pen-Ek Ratanaruang, in cui Kenji-Tadanobu Asano, pure già con la corda al collo, viene continuamente interrotto nei suoi propositi suicidi dal suono del telefono, con esiti tragicomici, anche Eric Tan, il dolce e ingegnoso inventore della Fony Corporation, multinazionale d’assalto che costruisce elettrodomestici, accompagnatrici e lacrime per famiglie, riceve inopportune e surreali telefonate proprio mentre sta facendo amicizia con una confezione di pesticida, sconfortato dalla logica ottusa dei suoi datori di lavoro (grande coppia comica). Sembra l’unica soluzione per sfuggire allo strapotere del denaro: Eric (o meglio le sue due identità, concreta e sognatrice, che vedremo sfidarsi in un talk show) chiede direttamente ai soldi qualche spiegazione sul loro ostinato rifiuto ad accompagnarsi ai poveri, in una delle canzoni irresistibili (scritte dal regista stesso), comiche e romantiche, cucite nel tessuto degli accadimenti: la struttura del film è una sinfonia buffa che si prende gioco non tanto dei generi, anche del musical, quanto di quella goffa fauna da luogo pubblico che si pasce di “arte” credendosene nobilitata (l’intervista all’ “artista indipendente” che sforna panini di incomunicabilità a uso e consumo di occidentali assetati di profondità orientale - noi). Un po’ come nel cinema di Gondry, in
cui gli oggetti sono parte assoluta del gioco e entusiasmanti sipari artigianali si spalancano al ritmo della vita sulle esistenze colme di sogni – spesso tortuosamente mancati - dei protagonisti, anche qui le invenzioni si scontrano, imprendibili, contro esorcisti impotenti, regolamenti contraddetti, cliniche troppo povere per curare persone, macchinari troppo ben costruiti per essere messi in commercio; devono sfuggire al nefasto amore per il melting pot che dilaga nel contemporaneo (chiaramente una mescolanza superficiale, che tenda a fornire un diversivo, che si fermi alla fascinazione pop dei tratti mescolati su una faccia come su cart) e alle assurdità lapalissiane del mercato (che non è un universo parallelo al mondo, né la sua stalla o il suo guardaroba, come credono tanti rivoluzionari a parole: è il mondo stesso in commercio perenne, anche quando non ha idea di cosa e come vendere). Come teneri “sbaglianti di professione” esperti di bagni nella schiuma dei giorni di vian (perdono un po’ tutti, i buoni e i cattivi, sia Eric, che deve assassinare il suo Sognatore, sia l’aspirante perfida virago dei reality Rafflesia Pong, nonché la sua rivale, pur sapendola lunga, quest’ultima, sul talento di inoculare noia-virus a distanza attraverso sbadigli contagiosi) i protagonisti di questo microcosmo diviso tra inglese raffazzonato e pronuncia oxfordiana vengono chiamati a misurarsi con situazioni sempre più irragionevoli e tese a procrastinare il loro futuro. Come in tanti altri film, ancora, l’assunto è che l’umore (le nostre disposizioni d’animo nei confronti della vita portano lo stesso nome dei liquidi corporei, ha un senso!), ciò che
ci spinge all’azione nel qui e ora – che sia tentare di soffocare una vecchia con un cuscino per terminare più rapidamente una puntata tv o essere costretti a elencare gli elementi della tavola periodica per riavere il codice pin della propria carta di credito – muta in relazione all’assurdità dell’esistenza, ma non è più insensato del dover costantemente sopprimere quanto di più patologicamente creativo ci viene in dono da una fantasia che ancora invade a sorpresa gli spazi da cui è stata bandita, ed efficacemente, scaraventandosi oltre i possibili luoghi comuni di una semplice satira sul consumo, questo film malaysiano plana particolarmente sorprendente, come una navicella spaziale.
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