VENEZIA 65 - "Il papà di Giovanna", di Pupi Avati (Concorso)

Il papà di Giovanna di Pupi Avati, uno dei quattro  film che rappresenta l’Italia nel Concorso di Venezia, appartiene a quel cinema compassato al quale va riconosciuta una certa capacità narrativa, affidata soprattutto alle capacità degli attori. Ma ci si trova sempre nell’ambito di un cinema strettamente narrativo dove talvolta si perde di vista anche la credibilità del racconto.

 

 

Le coordinate del cinema di Avati restano, tranne rare eccezioni, immutate nel tempo. Ambientazione anni venti/quaranta, fotografia in rigoroso virato seppia o manipolazioni similari, rapporti familiari esaustivi (madre – figlio, padre – figlia, fratelli - sorelle), un controllo emotivo che fa del sussurro la sua manifestazione stilistica. Detto ciò il film che Avati presenta al Concorso veneziano non sfigura, scorre e pur nella sua forma compassata e disegna la sua parabola nello scarno cielo del concorso veneziano.

Il professor Michele Casali (Silvio Orlando), la moglie Delia (Francesca Neri) e la loro figlia Giovanna (Alba Rohrwacher) vivono a Bologna. Giovanna non è avvenente e la sua gelosia per un presunto innamorato le farà compiere un gesto che segnerà la sua vita e quello della sua famiglia. Il padre le sarà sempre vicino. Tutti ciò accade sullo sfondo dell'Italia che si preparava e viveva la seconda guerra mondiale.

Avati affida agli attori una grande responsabilità e quando l'impegno è assolto il film riesce ad attirare l’attenzione dello spettatore: Orlando e la Rohrhwacher su tutti ci pare abbiano assolto egregiamente il compito affidatogli. Di Orlando conoscevamo le doti e le capacità di dare corpo, attraverso questa sua dimessa espressione, alle incertezze e al dolore umano, ma per la Rohrhwacher, dopo le prove via via sempre più convincenti in molto cinema di questi anni, Il papà di Giovanna la consacra come uno dei volti più interessanti nel panorama attoriale nostrano. Valga per tutto lo sguardo allucinato e beffardo che rivolge alla parrucchiera nel finale, che sintetizza e dimostra come il cinema possa mostrare l’equilibrio della follia e la dissennatezza della ragione in una sola inquadratura quella che resta come il momento più emozionante del film.

Nel complesso Il papà di Giovanna è un racconto che resta stretto in un cinema compassato che appartiene più al filone strettamente narrativo che ad un versante di ricerca espressiva. In questo senso il suo è un cinema che non rischia, che come nell'esito narrativo delle storie che sceglie di girare appare conciliante e garbato. Eppure, in questa storia ci sarebbero stati gli elementi per offrire una visione differente di un dolore paterno con addosso il peso di una responsabilità. In questo senso il suo lavoro sulla figura paterna resta in mezzo al guado e la scelta coraggiosa che il protagonista compie resta diluita in un'ansia narrativa che è l'elemento sempre prevalente.

Questa grande voglia di raccontare, invece che fermare le macchine e pacificare la materia narrativa, fa perdere di vista talvolta la messa in scena che appare perfino incredibile in un contesto narrativo come quello del film. Perché Bologna è sempre così desolata e vuota? Perché la morte del personaggio di Greggio appare così incredibile? Perché i personaggi in ventiquattro anni (1921/1945) non invecchiano mai?

Quanto alle scelte formali di cui si diceva, ben consapevoli che non sempre è necessario condurne di decisive e che non sempre il cinema deve estremizzare la propria natura, è indubbio che esistono illustri esempi di opere nelle quali la ricerca espressiva risulta fondata e strettamente connessa con una solida struttura narrativa.

Il papà di Giovanna resta comunque un film elaborato su un'idea non strettamente televisiva che invece appare come uno dei maggiori difetti di tanto nuovo cinema italiano sempre più disponibile, per argomentate necessità produttive, a scendere a compromessi con il mezzo televisivo e questo resta un pregio del film che sarebbe ancora più apprezzabile se il cinema di Avati avesse la voglia di guardare con più frequenza al presente e alle sue inguaribili contraddizioni.

 

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