VENEZIA 65 - Tra la Cina e l'Iran: "Cry Me a River" di Jia Zhang-ke e "Khastegi" di Bahman Motamedian
Ricordo prezioso o irraggiungibile oggetto del desiderio, Venezia racconta l’amore: da quello perso e mai dimenticato di Jia Zhang Ke, a quello calpestato da una Teheran vista con gli occhi della diversità in Khastegi, in gara nella sezione Orizzonti. Presentati in successione ad incarnare le sfumature del sentimento.
Diciannove minuti. Tanto basta a Jia Zhang Ke in Cry Me a River per orchestrare l’elegia dell’amore perduto, che scorre silenzioso nelle vene dei protagonisti come la rete di canali di Shizou lungo la quale abbandonarsi al ricordo. Quattro compagni di classe, riunitisi dieci anni dopo la laurea, rievocano i legami passati: in questo viaggio della memoria li accompagna l’acqua, isolante ed unificatrice, onnipresente metafora delle loro vite così distanti, seppur unite nel ricordo. Proprio come la vita, questa scorre seguendo percorsi tortuosi ed abbandonandosi ad un destino di mutazione continua. Così, anche i protagonisti accettano l’inevitabile separazione che li ha segnati. Ancora una volta non si può che imparare dall’accettazione orientale dell’impermanenza, dalla consapevolezza quasi stordente di come tutto sia immerso in un flusso continuo, impossibile da afferrare.
L’anima stretta nell’abbraccio soffocante di un corpo che non le appartiene, chiuso a sua volta nei vicoli ciechi dell’incomprensione. Come in un gioco claustrofobico di scatole cinesi, sette transessuali di Teheran raccontano nell’iraniano Khastegi il tedio delle loro vite, con una testimonianza che è soprattutto coraggiosa richiesta d’amore.
Sei uomini che desiderano diventare donna, una ragazza dall’aspetto e i modi tipicamente maschili: vite e scelte diverse si intrecciano davanti alla macchina da presa, anonimo confessionale in cui mettersi a nudo. Denominatore comune: la sete d’amore, la ricerca spasmodica di una comprensione costantemente negata dai rapporti interrotti, dall’incompatibilità con le proprie famiglie, dall’alienazione di una vita negata. Ma neanche la solitudine, il vituperio, le foto scattate come a dei freaks placano il bisogno di affermare la propria identità. Lontano dalle immagini patinate dei trans d’occidente, nella Tehran ritratta da Motamedian più importante dei tacchi a spillo è il velo, inequivocabile simbolo di una femminilità ancestrale: indossato con la fierezza di uno stendardo femminista, si fa commovente testimonianza di come il bisogno di un cambiamento radicale vada ben oltre i rapporti sociali, estendendosi all’interazione con il divino. E se girare un film del genere in una in una società dall’impianto spiccatamente patriarcale è stata una vera e propria sfida per il regista, la schiavitù di un corpo estraneo risulta per le protagoniste ancora più schiacciante in una società soffocata dal peso della tradizione, dove ogni scelta diventa estrema. Significativa al riguardo la chiosa finale: dopo una serie di interventi temuti o affrontati con entusiasmo, l’affermazione triste e decisa di come cambiare sesso in Iran significhi per un uomo lasciarsi alle spalle, assieme al passato, privilegi e diritti.
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