VENEZIA 65 "Zero Bridge", di Tariq Tapa (Orizzonti)

Come tutti gli studenti americani di origine indiana, anche il ventisettenne Tariq Tapia è un primo della classe. Questo suo film di diploma, pur seguendo un canovaccio risaputo fatto di giovani ribelli e di terre senza speranza, è un’opera già matura, dotata di uno sguardo limpido ed equilibrato.

Dilawar è un ragazzo di diciassette anni che vive nella periferia di Srinagar, nel Kashmir. Dopo essere stato abbandonato dalla madre, vive con lo zio, che lo fa lavorare come muratore. Fragile e ribelle, Dilawar cerca spesso di scappare di casa, e per realizzare questo proposito fa ogni genere di lavoro: prende soldi dagli ex compagni di classe per fare i loro compiti, accompagna i turisti su una barca, tenta senza successo la via dell’illegalità… Finché non incontra una ragazza più grande, Bani, che ha appena terminato gli studi negli Usa. Accomunati dall’insofferenza e dalla voglia di scappare, fra i due nasce un’amicizia che potrebbe risolversi in una fuga impossibile.

Persino in un festival come quello di Venezia, dallo sguardo rivolto a 360 gradi sul mondo, la presenza di un film provenente dalla regione indiana del Kashmir è un fatto insolito che suscita curiosità. Anche se poi quella che ci troviamo di fronte è una modalità del racconto tutt’altro che inedita, anzi. E il limite del film forse è proprio quello di ricordarne molti altri che esplorano il disagio di altrettanti “terzi mondi”. Il Kashmir di Zero Bridge sembra quasi generico nell’apparirci come una terra afflitta dalla miseria, dalla militarizzazione e dall’ignoranza.

Questa sensazione può essere in parte dovuta al fatto che il regista Tariq Tapa è di nascita americana, e che nel paese d’origine trascorre solo brevi periodi. Ma ancor di più conta la sua scelta di rimanere il più attaccato possibile ai personaggi, evitando sia un approccio “turistico” (i ricatti del folklore e delle bellezze e bruttezze tipiche…), sia quello “cronachistico” (solo pochi accenni alla drammatica situazione politica). In effetti lo sguardo del regista esibisce un equilibrio e una purezza sorprendenti, soprattutto se pensiamo che ha soli 27 anni e che questa sua opera prima, finanziata con una borsa di studio, costituisce il suo diploma per la scuola di cinema. Dato il basso budget, Tapa si occupa praticamente di tutto, e forte di una troupe ridotta all’osso, lavora sulla spontaneità degli attori, incoraggiati a improvvisare le proprie battute. Insomma, una prova di maturità (precoce), in cui tra le pieghe di uno stile secco e nervoso e di una vocazione narrativa neorealista emerge un talento forse ancora non compiuto ma evidente.

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