VENEZIA 65 - "La terra degli uomini rossi", di Marco Bechis (Concorso)
Non si può negare a Marco Bechis una profonda sincerità di fondo. Il film è infatti ammirabile per il modo in cui filma i luoghi e per la sua evidente adesione ai personaggi. Ma qualcosa non filtra, non passa in quanto alla fine si resta a troppa distanza da ciò che viene rappresentato e del conflitto tra gli indio e i fazendeiro si sentono solo squarci di tensione.
Non si può negare a Marco Bechis una profonda sincerità di fondo. Non gli si può neanche contestare il fatto che il suo cinema sia poco curato o approfondito. Si deve anche ammettere il fatto che il percorso intrapreso dal regista sin da Alambrado è quello di stare fuori dalle atmosfere e dalle vicende che caratterizzano il cinema italiano di oggi, sia quello migliore che quello meno convincente. Il cinema del regista, nato a Santiago del Cile da madre cilena e padre italiano, ha attraversato la Patagonia nel già citato Alambrado e l’Argentina di Garage Olimpo e Figli – Hijos prima di giungere a Mato Grosso del Sud (Brasile) con quest’ultimo a terra degli uomini rossi. Un cinema quindi nomade anche se circoscritto all’area sudamericana, che riesce a caratterizzare fortemente le sue tragedie da un punto di vista cromatico: il nero di Garage Olimpo, il grigio di Figli – Hijos e un rosso sporco in La terra degli uomini rossi.
La vicenda vede protagonisti degli indio che un tempo erano proprietari di alcune terre che invece ora fanno parte dei vasti terreni dei fazendeiro. Sono quindi costretti a vivere nelle riserve e non hanno altra prospettiva se non quella di andare a vivere nelle piantagioni di canna da zucchero. Molti giovani non ce la fanno a sopportare questo disagio e si suicidano. Ed è proprio uno di questi a scatenare la loro ribellione guidata dal leader Nadio e da uno sciamano che fanno parte di un gruppo di Guarani-Kaiowa che si accampa ai confini di una proprietà per reclamare la restituzione delle terre.
Bechis porta sullo schermo questi due mondi contrapposti che si fronteggiano disegnando nello spazio delle continue linee di confine. Il suo è ancora un cinema sull’identità, sulla tradizione che filma la tragedia attraverso la morte come in Garage Olimpo. Lì il dramma era più vivo e acceso, qui invece ci si trova già davanti delle immagini-choc come nel caso dei giovani impiccati. C’è una cupa disperazione dentro La terra degli uomini rossi ed è già presente un senso di predestinata sconfitta in cui si avverte che questo contrasto non sarà mai più risolvibile. Nell’opera sono presenti anche dei momenti forti come quella della famiglia del fazendeiro che parte dopo un omicidio e un indio che inizia a urlare. Non si riesce mai a entrare spontaneamente dentro questi spazi e dentro questi conflitti. Bechis è ammirabile per il modo in cui filma i luoghi e per la sua evidente adesione ai personaggi. Ma qualcosa non filtra, non passa. Si vede il dramma nei volti (tra cui ci sono quelli di Claudio Santamaria e Chiara Caselli) dei personaggi, si sentono provvisorie tracce di tensione (la figlia del fazendeiro che va a fare il bagno nella terra degli indio, il proprietario di un market che minaccia i Guarani-Kaiowa di non fargli più credito se non vanno a lavorare con lui), ma alla fine si resta a troppa distanza.
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