VENEZIA 65 - "Kabuli Kid" di Barmak Akram (Settimana della critica)
Che cosa canteremo dei tempi bui? si chiedeva Brecht…dei tempi bui, necessariamente. Il cinema di Akram si pone naturalmente nel solco del realismo, vuole raccontare il tempo buio del suo popolo, ma rifugge dalla tragedia e dal dramma. Insegue una vena più leggera, tenera, vitale e così dà alla luce un film privato, intimo, sulle paternità volute o mancate
Barmak Akram, autore di documentari, afghano rifugiato politico in Francia, firma il suo primo lungometraggio, a partire da una sceneggiatura a cui ha collaborato anche Jean-Claude Carrière.
Nelle caotiche e sconnesse strade di Kabul, il tassista Khaled si dà da fare per sbarcare il lunario e mantenere la sua famiglia numerosa: padre, moglie e quattro figlie. Un giorno, l’imprevisto: sul suo taxi sale una donna integralmente coperta dal burqa, con un bambino in braccio. Si fa accompagnare davanti a un cinema ormai distrutto e abbandonato (come può sopravvivere il cinema o l’arte nella catastrofe?), scende e scappa via, lasciando il figlio sul sedile posteriore. Ad accorgersene sarà solo il cliente successivo. Per Khaled inizia un peregrinare alla ricerca della madre, di una sistemazione adeguata per il piccolo. Un’inutile via crucis tra polizia, orfanotrofi, organizzazioni non governative, farmacie. E noi a seguirlo, in una sorta di pedinamento, che sembra rifarsi alla lezione zavattiniana.
“Che cosa canteremo nei tempi bui?” si chiedeva Brecht…Dei tempi bui, necessariamente…
Il cinema di Akram si pone naturalmente nel solco del realismo, vuole raccontare il “tempo buio”, i tormenti ma anche le energie superstiti del suo popolo, eppure rifugge dal porre al centro del suo film il dramma, la tragedia. Insegue una vena più leggera, che trova nella tenerezza la sua prima fonte d’ispirazione. La realtà del suo Paese emerge in controluce. E’ l’evidenza stessa del martirio di Kabul a suggerirla. Sono sufficienti le strade dissestate, i palazzi distrutti, il mercato nero di danaro, il coprifuoco, oppure il semplice fatto che una madre abbandoni il figlio in un taxi. Akram sa che non c’è bisogno di insistere e calcare la mano e, come Rossellini, è consapevole che la vita della gente continua nonostante tutto, con i soliti eterni problemi della quotidianità. E così Kabuli Kid diventa un film molto privato, intimo, sulle paternità volute o mancate, sugli affetti familiari, su rapporti universali. Gli eventi della storia possono cambiarne le circostanze, le manifestazioni, ma non la sostanza. Cantiamo, dunque la vita, anche a rischio di esser troppo buoni…
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