VENEZIA 65 - "Venkovksy Ucitel", di Bohdan Slama (Giornate degli autori)
Bohdan Slama è uno dei nomi più illustri del cinema ceco, già premiato in festival prestigiosi come San Sebastian e Rotterdam. Il suo film è una storia di solitudini, costruita sull'accumulazione di situazioni drammatiche: un maestro omosessuale, una stanca fattrice vedova, una coppia adolescente che scopre la caducità e la transitorietà dei sentimenti. Un cinema che non può fare a meno dell'emotività dei suoi attori, ma uno sguardo che non riesce ad essere partecipe.
I suoi allievi hanno appena scoperto dei bacilli al microscopio, e il loro maestro di scienze coglie al volo l'occasione per dirgli che “Ognuno di loro vive da solo: nessuno sa dell'esistenza dell'altro”. Non sarà l'unica volta che il film sentirà il bisogno di decantare la propria morale per bocca di chi è sullo schermo, togliendo un po' di fascino all'allusività. La solitudine sembra infatti il destino comune a tutti i personaggi di A Country Teacher, quinto lungometraggio del regista ceco Bohdan Slama, già premiato in festival di prestigio come Rotterdam e San Sebastian. Il suo sguardo cinematografico usa molta steadycam, e non può fare a meno di restare vicino ai suoi attori, attraverso lunghe inquadrature fisse, o piani sequenza che sembrano avere una distanza codificata dal soggetto. Come se questa fosse l'unica risorsa necessaria per poter reggere il film, e portarlo avanti fino in fondo. C'è qualcosa che avvicina A Country Teacher ad un certo tipo di cinema italiano, ed è proprio questo punto di vista sentimentale ma mai veramente affettivo. Si potrebbe dire che a Slama interessi di più la situazione, il conflitto, l'accumulo di caratteristiche drammatiche esplosive (il maestro omosessuale e il suo rapporto con la madre oppressiva, la stanca fattrice vedova che si innamora di lui, la coppia adolescente...) che non la sincera comprensione per la triste sorte di quell'umanità che rappresenta. Di più, spesso sembra essere eccessivamente schematico e facilmente metaforico, troppo impegnato a declamare i propri scopi, come nella scena finale del parto, che vuole dare l'impressione di una specie di necessario conforto reciproco. Slama ha il vantaggio però di lavorare con attori che sanno stare sempre sotto le righe, e hanno così la forza di impedire che il film scivoli sul pericoloso terreno del patetico. Grazie soprattutto all'apprezzabile capacità dell'attore Pavel Liska di reggere la sua espressione neutra in un mondo in cui i propri sentimenti vanno tenuti nascosti, e in cui nessuno riesce a sorridere in modo spontaneo. O meglio, ci riescono all'inizio i due giovani, protagonisti di una cotta estiva: ma il tema di Slama è un deandreiano “amore che vieni, amore che vai” e quindi il dolore è sempre dietro l'angolo, con il duro fardello del rifiuto. Restano però degli istanti di folgorante spontaneità, di incredibile freschezza legata ad un gesto: lo sguardo carico di amore del maestro – un amore che già vive la sofferenza dell'addio, dell'affetto non corrisposto – quando vede il ragazzo fare i compiti, ad esempio. Sono momenti destinati a perdersi, purtroppo: nella vita come nel film.
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