VENEZIA 65 - "In Paraguay" di Ross McElwee (Orizzonti)

Ross McElwee aggiunge un altro tassello al suo originalissimo documentarismo diaristico in prima persona singolare. Va in Paraguay con la famiglia per adottare una bambina, e vede inerpicarsi i percorsi di senso attorno alla sua vita tra economia, politica e altro, che si rincorrono e dissolvono l’uno nell’altro come anelli di fumo

Per Ross McElwee la vita e il cinema formano un impasto sempre difficilmente districabile. I suoi magnifici film, spesso acchiappati dai festival e ora disponibili in un prezioso cofanetto, partono sempre da qualche esperienza autobiografica dello stesso McElwee, che, cinepresa alla mano, si addentra nel proprio vissuto fino a scoprirlo “romanzescamente” colluso con i livelli di senso più disparati. Presi per mano dalla sua voce over, si entra in uno strano documentarismo diaristico in prima persona singolare, che procede per allusioni ad allargamenti del discorso che rimangono virtuali, ipotetici, eppure indissolubilmente legati all’evidenza “bruta” delle immagini sullo schermo.

Qui abbiamo il difficile processo di adozione di una bambina paraguaiana compiuto dai coniugi McElwee, che si recano in Paraguay insieme al figlio Adrian – la cui nascita peraltro è stata documentata nel precedente, e commovente, Time indefinite (1993). Mentre le settimane passano con pochi risultati ai fini pratici dell’adozione, mentre le scartoffie si sprecano e la burocrazia si moltiplica, il turismo della famigliola lascia spazio a un parallelismo sempre più inerme e inevitabile tra la loro adozione (ottenuta anche grazie a una blanda “semi-corruzione” del giudice incaricato) e l’imperialismo mascherato da filantropia della nazione statunitense verso una nazione inguaribilmente povera e oppressa continuamente da dittature sanguinarie. Lo spregiudicato disastro delle “buone intenzioni”, che per alcuni fuggevoli (ma illuminanti) istanti filmici paiono accomunare gli sforzi per salvare una neonata paraguaiana (Mariah) dalla povertà (complice la madre) e le pesanti e letali ingerenze statunitensi nella nazione sudamericana. Nel devastato panorama che gli si para davanti, McElwee non può fare a meno di sentirsi implicato, anche a livello molto più “micro” di quello “macropolitico”: la mia presenza con la cinepresa tra questi bambini che vendono cianfrusaglie ai semafori sta condizionando o no il fatto che questo riluttante automobilista alla fine compra qualcosa? Questa, insieme a molte altre increspature di senso che McElwee è sempre bravissimo a captare, apre il tempo vuoto cui la famiglia è costretta (dalla loro odissea burocratica) a un’inquietudine fosca e indefinibile. Un’inquietudine che, come nella surreale sequenza del fastoso party per il 4 luglio nell’ambasciata americana di Asunciòn (coi bambini locali un metro fuori dalle reti che ruminano tra gli avanzi), riguarda quanto di più immediato all’apparenza, e di più apparentemente incontrastabile, il mondo possa offrire agli occhi di chi lo guarda: la disparità di classe, in tutta la sua “oscena” arbitrarietà.

Giusto allora, anziché infittire il discorso come in altri suoi film con livelli tematici sempre più nemerosi, o (peggio) inerpicarsi in sterili dietrologie storico-politiche, indulgere come fa McElwee (a costo di rischiare la banalità) nella pura e semplice stagnazione, nel tempo che non passa mai tra tribunali e “turismo obbligati”, e che viene sprecato, ridotto a una pura e sorda entropia. Così, alla sua domanda finale “come spiegare tutto questo a Mariah?”, McElwee è come ci rispondesse implicitamente con la forma del suo documentario: “attraverso l’angoscia muta, stagnante, davanti alla frattura (in primis socioeconomica) da cui la sua stessa adozione e la sua stessa vita è stata determinata”.

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