VENEZIA 65 - "Bumažhny Soldat" (Paper Soldier), Aleksey German jr. (Concorso)
Il russo Aleksey German jr., già in concorso a Venezia nel 2005 con Garpastum, è al suo terzo lungometraggio. Continua il viaggio nella sua terra che fu, questa volta indagando un caso di coscienza immerso nella rigidità di un Paese all’epoca del disgelo. Meravigliosa e devastante riflessione sulle conseguenze umane del progresso e della tecnologia. Cinema che urta visceralmente contro noi stessi e contro i muri impalpabili e resistenti dello sguardo
Kazakistan 1961. I sovietici sperimentano i primi lanci spaziali. L’ufficiale medico Daniel Pokrovsky lavora per il gruppo di cosmonauti pronti a lanciarsi. Daniel non accetta completamente l’idea di dover sacrificare la vita di questi uomini per scopi scientifici e sente di voler abbandonare la spedizione. Anche sua moglie medico spera che lui rinunci e che riconosca l’assurda pretesa di sacrificare la vita di uomini per far onore alla nazione nella corsa allo spazio. Dopo lunghe titubanze però Daniel decide di seguire comunque il progetto del primo lancio: lascia la moglie e continua una relazione con l’amante Vera. Il soldatino di carta del titolo è la splendida ricreazione di un momento fondamentale di crescita dell’URSS che tenta di lasciarsi alle spalle l’eredità di Stalin, proponendosi grandiosi e romantici obiettivi. Caso di coscienza immerso nella rigidità di un Paese all’epoca del disgelo, una meravigliosa e devastante riflessione sulle conseguenze umane del progresso e della tecnologia. Il regista russo German jr. è al suo terzo lungometraggio, dopo The Last Train del 2003 (Menzione Speciale Premio De Laurentis opera prima a Venezia) e Garpastum, in concorso a Venezia 2005. Sguardo ormai riconoscibile e che rischia di lasciarti fuori dal viaggio. Ti avvolge nella nebbia e ti ricopre anche di fango in un Paese dismesso, esiliato, traslocato, arredato in esterni ancestrali e lividi, tristemente esposti alle durezze della natura e della storia. German filma quel che si trova fuori o al di là del pensiero come qualcosa di rigorosamente impensabile. Tra il “non sense” e l’assoluta astrazione figurativa, sembra di ondeggiare in un sogno ipnotico, di essere già atterrati sulla luna, in cui si fa intensa la pressione del pensiero, più il linguaggio che la contiene oppone resistenza. Il linguaggio si ribella all’ideale monocromo della verità, quella della conquista dello spazio, quella della speranza di un futuro meraviglioso. Cinema saturo (e quindi a volte inaccessibile) di ambiguità, di simultaneità polifoniche (senti anche il jazz nel freddo comunista). Si compiace anche delle sue fantasticherie, costruisce e demolisce speranza e futuro senza alcuna garanzia. Gli esseri umani non ce la fanno senza menzogne vitali. Un cinema e un pensiero di cinema limitato a proposizioni logiche, che tentino di ricamare il sogno della rinascita e l’incubo della vergogna, che si esprimerebbero al meglio non verbalmente, sarebbe la follia, proprio quella stessa follia inneggiata dal protagonista per una nuova vita. German sa inventare modi alternativi di essere, altri mondi, utopici o
infernali. Re-inventa il passato facendo “sogni anticipatori”, dando la sensazione di tornare indietro nel tempo per raccontare il presente. Per quanto siano indispensabili, magnificamente dinamici, questi esperimenti mentali e scientifici sono e rimangono finzioni. Nutrono religioni e ideologie, la libido ne è ricolma, come tra i lunatici, gli amanti e i poeti. Nel linguaggio di German forte è il tentativo (già reso vano) di imporre il proprio dominio sul pensiero. Nel flusso del pensiero genera vortici, disordini mentali di istantanea lucidità e ostruzioni ossessionanti. Senza queste interferenze continue, senza l’incessante intorbidamento delle acque della storia, il cinema arretrerebbe inesorabilmente. Il tentativo di purgare la coscienza delle sue funzioni vitali, delle allucinazioni a occhi aperti, dell’intenzione o della paura, sono chimere o polvere negli occhi. Cinema che urta visceralmente contro noi stessi e contro i muri impalpabili e resistenti dello sguardo. German graffia per noi (o solo per se stesso) quel muro e tuttavia il mondo, dentro di noi e fuori di noi, mormora parole che non riusciamo a comprendere. Ma, in fondo, le note mai udite, saranno proclamate le più dolci…
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