VENEZIA 65 - "Tutta l'arte è una malattia che genera stile". Incontro con Julio Bressane
Il maestro brasiliano torna a Venezia in concorso nella sezione Orizzonti con A Erva do Rato, film estremamente complesso e stratificato, ispirato a due racconti dello scrittore Machado se Assis. un sensuale esperimento sulla luce e i cromatismi, un'opera ricca di riferimenti letterari e pittorici, al cui fascino contribuisce la bellezza della protagonista, Alessandra Negrini. Ecco il resoconto dell'incontro di Bressane con la stampa
Dopo la partecipazione dello scorso anno con Cleópatra, Julio Bressane torna in concorso nella sezione “Orizzonti” con A Erva do Rato (L’erba del topo), film estremamente complesso e stratificato, ispirato a due racconti scritti da Machado de Assis. Un sensuale esperimento sulla luce e i cromatismi, un’opera ricca di riferimenti letterari e pittorici. Accompagnato in conferenza stampa dalla splendida protagonista, Alessandra Negrini, dalla sceneggiatrice Rosa Dias e dal produttore Bruno Safadi, Bressane ha parlato del suo film con la sua solita, sapiente capacità affabulatoria.
A Erva do Rato è ispirato a due racconti di Machado de Assis, come ha lavorato all’adattamento?
Machado de Assis può essere considerato lo scrittore che ha inventato lo stile moderno della lingua portoghese, un autore appassionato alla tradizione lirica, oltre che alla prosa. Machado ha introdotto nella lingua nuove struttura formali. I racconti a cui mi sono ispirato per questo film sono A Causa Secreta e Um Esqueleto. Da essi ho tratto due linee narrative, due ingrammi: il ribrezzo per il roditore, il topo e il convivere con i propri scheletri. Ho cercato una traduzione intersemiotica tra una lingua e l’altra, in modo sperimentale, per fare del film una traduzione del libro.
Nel suo film è molto importante l’uso della luce. Il suo lavoro sembra ricco di riferimenti pittorici che vanno da Caravaggio a Manet. Cosa ci può dire al riguardo?
Il film può essere considerato come una maschera di cartapesta. Dietro la maschera, c’è un’altra maschera. I riferimenti cui ha fatto cenno possono essere considerati appropriati. Manet, ad esempio, ha introdotto un modo di rappresentare la luce rivoluzionario. Tornando al concetto degli ingrammi, un’immagine che percorre tutta la tradizione occidentale è quella del “Giudizio di Paride”. E ad essa ho fatto costante riferimento nella costruzione di A Erva do Rato. Il film parte dall’apprensione e dallo sviluppo della lice. Può anche essere considerato come un processo chimico di trasformazione della luce. Credo che prima degli attori, della recitazione, della sceneggiatura, della storia, ci sia la luce.
Una domanda per la protagonista, Alessandra Negrini. Come è stato lavorare con Julio Bressane?
Questo è il mio secondo film con Julio, dopo Cleópatra. Lavorare con Bressane è molto gradevole e stimolante. La prima cosa che faccio con lui è rendermi disponibile, aprirmi a un universo complesso, un nuovo mondo. Ci sono poche persone che hanno così tanto da dire.
Ci può spiegare più nel dettaglio il modo in cui è entrato nell’universo letterario di Machado?
Questa domanda si riallaccia alla prima, ma è un argomento di cui mi piace parlare. Ho individuato nei due racconti di Machado de Assis due topoi, che io ho chiamato ingrammi: l’orrore davanti al topo e lo scheletro. Fanno parte entrambi dell’iconografia occidentale. Il topo è il terrore, ma anche l’appetito sessuale, e così la morte torna a più riprese nella simbologia artistica. In base a questi due ingrammi, ho creato una storia di finzione, che non ha molto in comune con le storie raccontate da Machado de Assis. Quello che mi interessava non era una trasposizione del plot, ma una traduzione cinematografica dello stile di Machado. Ad esempio mi interessava rendere quella costante opposizione tra maschile e femminile, che forse rischia di perdersi in italiano, dove il pronome è unico per la femmina e il maschio.
Potrebbe rintracciarsi nel suo film un’impostazione teatrale? Si potrebbe pensare a una rappresentazione teatrale di A Erva do Rato?
Il teatro come theomai. A me interessa il teatro fatto a livello molto popolare, il fossile in movimento, quello che continua a sopravvivere. Questo è quello che può accomunare teatro e cinema. Il resto è differente. Il campo lungo fisso del cinema porta al teatro della rappresentazione della divinità, più complesso restituire il teatro selvaggio, che mi interessa.
Grazie anche alla presenza della bellissima Alessandra Negrini, A Erva do Rato è un film molto sensuale. Il suo è un eros cerebrale. Pensa che nella storia del cinema ci sia qualche autore erotico degno di tal nome?
L’istinto erotico nasce molto presto, è un istinto primordiale. Tornando al “Giudizio di Paride”, è un’immagine fondamentale sulla bellezza e sulla sensualità. Paride dà la mela ad Elena, solo dopo che lei gli ha mostrato la vagina. Che significa questo? Ciò che reputiamo bello è quello che piace sessualmente. Ma il mio ragionamento, ciò che mi premeva rappresentare è che tutta la letteratura, tutta l’arte è una malattia che genera stile, è come una tara. Mi interessava passare dalla bellezza all’orrore, dal mostro alla perfezione della sfera, questa dialettica fondamentale. Credo che le cose dentro di noi accadano in maniera irresponsabile. Ecco quel era il mio obiettivo. Per questo non posso ritenermi un autore erotico.
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