VENEZIA 65 - "Les plages d'Agnès", di Agnès Varda (Fuori concorso)

Agnès Varda mette in scena se stessa. Senza veli e filtri, tra cinema e vita, filmandosi in questo (auto)documentario e ripercorrendo i suoi primi 80 anni tra momenti ricostruiti, fotografie, spezzoni di film, ritorno sui luoghi. Dentro il suo spazio e il suo tempo, un’opera girata in HD di straordinaria modernità realizzata da una delle poche cineaste oggi veramente necessarie

les plages d'agnèsIl romanzo di una vita narrato in prima persona. Come dice Agnès Varda, all’inizio  di questo grandioso film, dentro ogni persona ci sono dei paesaggi. Quelli che si rispecchiano con lei sono soprattutto le spiagge. Da lì infatti parte questo racconto indietro nel tempo, intervallato da situazioni ricostruite del passato  frammenti, composti da fotografie e spezzoni dei film che ha realizzato, dall’esordio di La pointe courte (1954) dove recita per la prima volta Philippe Noiret  fino a Les glaneurs et la glaneuse passando poi per i suoi film più famosi, da Cléo dalle 5 alle 7 (1961) a Les creatures (1966) fino a Senza tetto né legge, con cui proprio qui a Venezia vinse il Leone d’Oro nel 1985. Le fotografie invece riguardano alcuni momenti determinanti della sua vita come quelle del Festival di Avignone, del suo viaggio in Cina nel 1957 o della Rivoluzione cubana nel 1962.

Agnès Varda mette in scena se stessa. Senza veli, davanti agli specchi mentre si trova sulla spiaggia, giunta quasi all’età di 80 anni (è nata infatti nel 1928) realizza questa sorta di personalissimo viaggio nella memoria, iniziato in Belgio. Proseguito poi con l’esodo in Francia nel 1940 che ha attraversato le città di Sète e poi Parigi inframmezzati anche dalla permanenza degli Stati Uniti. Il passato riprende forma e colore con un’immediatezza e una spontaneità incredibili. Les plages d’Agnès - girato in HD, segno che testimonia anche la curiosità per le nuove tecnologie della cineasta e quindi la sua irrefrenabile modernità -  è un film su ciò che è stato eppure, da come è raccontato dalla Varda, potrebbe essere anche l’ideale anticipazione del futuro, di un’altra ‘vita che verrà’. La formazione come fotografa, gli studi alla scuola d’arte sono determinanti per disegnare questo percorso artistico di straordinaria coerenza che ha attraversato diversi formati dai lungometraggi ai corti, dal documentario alla fiction. Nella ripresa cinematografica, in ciò che è dentro l’inquadratura, c’è proprio la precisione della fotografia con la quale non solo cattura frammenti di realtà ma anche emozioni e stati d’animo, tutte immortalate lì, racchiuse in quel quadro, quindi in quel frame Poi il passaggio al cinema è la conseguenza del fatto – come dice la stessa cineasta – che la regista oltre alle immagini aveva bisogno delle parole. Diventa così una delle rappresentanti della Nouvelle Vague, ma di questo movimenti riprende quel nomadismo, quel mettere in scena le pulsioni istantanee dei protagonisti.

Oltre il pubblico, il privato. Les plages d’Agnès mette in scena anche se stessa, soprattutto la vita familiare con il marito Jacques Demy del quale, in qualche modo ripercorre parallelamente anche la sua filmografia tra cui spicca Les parapluies de Cherbourg con cui vinse la Palma d’Oro nel 1964. Un sodalizio, il loro, inscindibile. Il racconto di una storia d’amore che non sembra avere mai fine. Nella loro abitazione lavoravano insieme. In una stanza c’era lei che girava Les creatures con Piccoli. In un'altra c’era Demy con il musicista Michel Legrand che stavano lavorando alle musiche per il suo film.

Quello di Agnès Varda è un film sul cinema e sulla vita, un album di famiglia che riprende forma attraverso anche i ritorni sui luoghi dove ha vissuto, come la casa a Bruxelles. Il racconto è minuzioso e appassionato, poi la cineasta perde il controllo e cattura dentro la sua vita con un’intensità sconvolgente. Due momenti sono toccanti. Il primo vede lei davanti alle foto di persone che hanno fatto parte della sua vita (come Jean Vilar e Philippe Noiret) e che ora sono tutte decedute. L’altro riguarda la lavorazione di Garage Demy sull’infanzia del marito a Nantes. Lui era già gravemente malato di AIDS e non poteva dirigerlo. Stava però lì sul set e si vede la regista che gira con la morte nel cuore, sapendo che di lì a poco l’uomo che ama non ci sarà più. Tutte queste emozioni passano tutte. Senza alcun filtro. Portando lì dentro in quella spiaggia talmente sterminata che gli 80 anni raccontati sono ancora troppo pochi; Agnès Varda infatti è oggi una delle poche cineaste veramente necessarie..  

 

 

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