VENEZIA 65 - "Vegas: Based on a True Story" di Amir Naderi (Concorso)
Imprevedibilmente in competizione e imprevedibilmente accolto con grande successo dal pubblico della Mostra, questo nuovo capolavoro di Naderi racconta lo spettro di una America spinta sulla propria voragine più profonda, desertificata nella ricerca del mito di un successo irraggiungibile, pronta a scommettere sulla sua stessa anima ogni resistenza residua. E’ davvero incredibile come questo regista un tempo iraniano sia capace di raccontare il Grande Paese con dolcezza e spietatezza

di Grazia Paganelli e Massimo Causo
Lontano da New York, dagli alfabeti (A… B…C…) e dalle enumerazioni (by numbers) di Manhattan, è ai margini di Las Vegas, ad un passo da quel deserto dove sta cercando la sua luna (è questo il progetto cui ambisce ora: un film sulla luna!), Amir Naderi trova il Ground Zero della sua America: scavato con le mani dell’ossessione nel corpo vivo di un paese che questo regista un tempo iraniano racconta ogni volta come un territorio della resistenza, come il margine estremo della volontà, la funzione di una ragione che supera se stessa nel delirio di atti che scardinano il paesaggio in cui si collocano. Vegas: Based on a True Story è un film di voragini aperte sotto la propria casa, un’opera che inverte la disperazione in un atto di speranza, come sempre accade nei film di Naderi, sin da Acqua, vento, sabbia, sin dalle corse contro il tempo sulle strade di Wall Street in Manhattan by Numbers, sin dalla spasmodica ricerca di una registrazione radiofonica che ti dica di tua madre in Sound Barrier… Diversamente dagli altri (e come l’ultimo film iraniano di Naderi, Acqua, vento sabbia appunto, che si conclude ugualmente con il protagonista che scava la sabbia nella disperata ricerca dell’acqua e della vita), Vegas è però un film materico, di terra e di mani che si sporcano; un film che va in profondità nel suolo su cui è edificata la propria casa, molto più radicale dei precedenti, in cui l’ossessione accumulava oggetti in una sorta di tensione transazionale (i cruciverba di Marathon che letteralmente occupavano l’appartamento), dove il delirio disperato in cerca di una vi(t)a d’uscita seguiva vettori di superficie, orizzontali o verticali… Qui la coazione a ripetere porta il protagonista a scendere nelle viscere della propria terra, edificando un emblematico e concretissimo Ground Zero sullo skyline (più volte evocato da Naderi) di Las Vegas, che è la città in cui s’inverte il mito del successo americano coltivato a New York nel segno della produttività organizzata, e cercato a Las Vegas nel sogno della fortuna, della scommessa…
Il pretesto questa volta è una valigia da un milione di dollari, autentica leggenda metropolitana tra i giocatori d’azzardo di Las Vegas, nascosta da qualche parte da una banda di rapinatori e mai ritrovata. Sulle sue tracce si ritrovano da un giorno all’altro Eddie, sua moglie Tracy e il loro figlio: un intruso rivela infatti all’uomo che la valigia è sepolta da qualche parte nel giardino prospiciente la casa prefabbricata dove la famiglia di Eddie vive da due anni, tra mille difficoltà economiche ma tutto sommato felice. Una buca, poi un’altra, dal piccone alla scavatrice… É l’inizio dell’incubo, perché Eddie finisce col perdere completamente la testa e devasta il giardinetto e la casa andando avanti come un ossesso, sempre più solo con se stesso, come tutti i personaggi di Naderi, sempre più cristallizzato nell’assoluto bisogno di dare seguito alla propria ragione più intima, per quanto disperatamente irrazionale essa sia. La parabola di Vegas è assoluta ed efficacissima e racconta lo spettro di una America spinta sulla propria voragine più profonda, desertificata nella ricerca del mito di un successo irraggiungibile, pronta a scommettere sulla sua stessa anima ogni certezza, ogni anelito di vita, ogni resistenza residua. É davvero incredibile come Naderi sappia raccontare il Grande Paese con dolcezza e spietatezza e rabbia, scendendo fin nel più profondo strato dell’agire umano, descrivendo l’uomo nei deliri della sua lucida consapevolezza.
Vegas: Based on a True Story svela i segreti e i misteri che stanno sotto la prima superficie delle cose, impone loro di assumere il volto reale e di raccontare la verità della propria storia. Il giardino di Tracy è la metafora di un equilibrio solo apparente, è la patina sottile che separa la realtà dalla finzione. Sotto l’erba del prato verdeggiante coltivato da Tracy, resistono l’inquietudine e l’asprezza di un’attitudine molto più vicina ai non-colori del deserto, alle bruciature di un’immagine quasi esangue, alla deriva di strade polverose, lontane dalla città, ma capaci di ‘brillare’ di ossessione. Perché l’abisso non è il gioco ma il denaro, non l’incontrollabile impulso, ma l’inganno che questo sempre rappresenta. Si pensa a Soldi sporchi di Sam Raimi, ai corvi che divorano gli occhi dei piloti precipitati, si pensa a quella valigia di soldi che manda in frantumi molte vite. Solo che qui non esiste neppure la valigia, è bastata l’insinuazione per far tornare in superficie i fremiti di un mondo sommerso. Intanto, la terra scavata ha assunto le forme insidiose della sabbia: il deserto è a due passi, ce lo dice il persistente tintinnare di una campanella. Note disordinate per farci pensare ad un mondo più ampio, per farci aprire lo sguardo e trasformare una piccola storia in una grande metafora. La storia vera cui fa riferimento il titolo è l’insieme delle innumerevoli storie che si sono consumate in quei luoghi, forse avevano altri nomi e altri sviluppi, ma la rabbia e l’irrequietezza sono sempre le stesse.
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