VENEZIA 65 - "Questa è l'America alla quale mi sento vicino": incontro con Jonathan Demme
Scampoli di cinema che ti scortica via la pelle e le vene, negli ultimi sgoccioli di Festival: Jonathan Demme torna a Venezia in Concorso con Rachel getting married, starring una Anne Hathaway di sconvolgente intensità – “nei traumi familiari dei protagonisti del film si riflette tutto il clima tesissimo della situazione statunitense: come il nostro popolo, questa famiglia sta lottando istante dopo istante per ritrovare un’armonia”
E’ lo stesso Jonathan Demme a dichiarare il debito di questo suo nuovo, devastante, impetuoso Rachel getting married nei confronti del suo sguardo di documentarista: “è dagli anni ’90 che ho iniziato a girare anche documentari, e non posso dire che lo stile con cui ho girato Rachel non sia altamente influenzato dal metodo che utilizzo per i miei lavori di non-fiction, il mio personale Dogma. Non a caso, il direttore della fotografia di questo film è lo stesso di Jimmy Carter – Man from Plains, Declan Quinn, e le musiche sono eseguite dagli stessi artisti mediorientali e di New Orleans che ho usato nei miei due ultimi documentari.”
Proprio la musica sembra uno degli effettivi protagonisti del tuo film: come sei riuscito a raggiungere un risultato talmente coinvolgente dal punto di vista della colonna sonora?
In questo film avevo intenzione di celebrare anche un altro matrimonio: quello tra cinema e musica. E’ per questo che in sostanza non esistono musiche nel film aggiunte in post-produzione: la quasi totalità della colonna sonora viene eseguita davanti alla macchina da presa dai musicisti in scena – tra l’altro, non mi aspettavo che sarebbe venuto fuori uno spartito vero e proprio: mi muovevo soprattutto nella direzione di parti musicali create, oltre che eseguite, in diretta mentre si giravano le scene del film.
Jenny Lumet, sceneggiatrice del film, ha fornito uno script di intensità esplosiva…
J.L.: Si, credo che sia soprattutto perché nei traumi familiari dei protagonisti del film si riflette tutto il clima tesissimo della situazione statunitense: come il nostro popolo, questa famiglia sta lottando istante dopo istante sostanzialmente per ritrovare un’armonia. Mi piaceva, scrivendo questa sceneggiatura, sfidare me stessa attraverso il tentativo di controllare le emozioni del pubblico, sino a portarle al parossismo. Il personaggio di Anne Hathaway da questo punto di vista subisce un vero e proprio stravolgimento nel campo delle simpatie e dell’affetto degli spettatori, che all’inizio le vengono negati, ma poi non si può non accordarglieli.
A produrre il film è la Sony Picture Classics…
Si, e sarò per sempre grato loro per il coraggio dimostrato nel credere in questo mio progetto: l’idea era quella di creare un piccolo wedding home-movie, che trasudasse tutta l’intimità e la sconvolgente potenza di alcune di quelle situazioni tipiche. Qualcuno ha pensato che la mia attenzione fosse rivolta alla tematica del matrimonio interrazziale, ma non era quello il punto, quanto raccontare l’America a cui sono vicino – figuratevi che per il ruolo dello sposo, in un primo momento avevo pensato di scritturare Paul Thomas Anderson…
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