VENEZIA 65 - "Nuit de chien" di Werner Schroeter (Concorso)
Cupissima distopia sociopolitica attraversata dalle accensioni melodrammatiche di uno degli ultimi melomani duri e puri. Innamorato del melodramma (specie nella sua forma originaria musicale ed operistica), Schroeter ne ricicla le forme anche dopo la sua dissoluzione, anche quando di esso non si hanno tra le mani altro che rovine
Tra gli ultimi “melomani” duri e puri, Werner Schroeter continua a stupire con il suo testardo estetismo. Innamorato del melodramma (specie nella sua forma originaria musicale ed operistica), ne ricicla le forme anche dopo la sua dissoluzione, anche quando di esso non si hanno tra le mani altro che rovine. Certo, in superficie abbiamo un oscuro apologo politico in cui il colonnello Ossorio (il rohmeriano Pascal Greggory) torna nella sua patria, in balia di una terrificante dittatura poliziesca dall'aria simil-sudamericana (si gira però in Portogallo grazie al solito provvidenziale mecenate Paulo Branco), si dibatte tra celerini e resistenza armata senza appoggiare nessuno dei due, dato che a lui interessa solo ritrovare la moglie scomparsa e fuggire. Ma, appena sotto, in questo film difficile e scostante ma visivamente seducente pulsa energico un cuore inconfondibilmente melodrammatico, a cominciare dall'ossessione per la purezza (è una bambina che condurrà Ossorio più vicino possibile a una salvezza che comunque, melodrammaticamente, rimane inavvicinabile), alla vittimizzazione del femminile, al gusto per l'eccesso: scene di tortura, martirii, bizzarrie barocche. Ecco: soprattutto le bizzarrie barocche, tipo una bambina che interrompe due che copulano perché non riesce ad aprire una bottiglia di succo di frutta, abbondano fino quasi alla nausea. Soprattutto bizzarrie stilistiche: maniaco dell'inquadratura di pregio, della ricerca figurativa e pittorica, Schroeter supera qualunque rigidità di composizione preferendo cospargere il quadro (beninteso sempre attraverso una logica spaziale sopraffina) di brandelli di accensione cromatica. Il lavoro visivo che dovrebbe essere della geometria, qui lo svolge il colore. Un rosso, un viola, un blu (eccetera) violenti che campeggiano in ogni inquadratura, un colorismo spinto che, insieme all'impervio collage di brandelli di musica classica (e non) che formano lo straniante tessuto sonoro, costituiscono i più lampanti detriti formali del melodramma.
Del resto, non è solo il melodramma ad essere ridotto a rovine in questo film, ma soprattutto il mondo stesso, una spettrale e violentissima terra di nessuno, tutti contro tutti e si salvi chi può. Cupissima distopia sociopolitica, non priva di richiami al nostro presente continuamente attraversato dallo spettro della catastrofe, Nuit de chien vuole essere anche una sorta di manuale di sopravvivenza. La salvezza (irraggiungibile) si può comunque sfiorare in qualche modo chiudendosi come Ossorio in un intransigente individualismo nichilista aperto solo (ma rigorosamente) al miraggio inestimabile dell'amore. La bellezza, così ostinatamente ricercata da Schroeter con il suo fiammeggiante estetismo, come unica e irrinunciabile bussola in mezzo al caos del vivere. Ma non ci si illuda che tanti sforzi possano approdare a qualcosa di diverso dalla semplice e brutale morte – del resto, il film è aperto e concluso da una voce che esprime tutta la sua incredulità a constatare che l'uomo ha così paura di qualcosa come la morte che è strettamente inevitabile. E che melodramma sarebbe, senza la morte? E che vita (e arte) è mai possibile, per un melomane come Schroeter, senza la morte?
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