VENEZIA 65 - "Teza" di Haile Gerima (Concorso)
Se si dovesse giudicare un film dall'importanza e dalla profondità dei temi messi in campo, per forza di cose occorre fare i conti con l'ultimo film del maestro etiope. Un film in cui saltano le barriere tra privato e pubblico perché il senso dello stare al mondo si definisce in rapporto all'altro, il prossimo o il remoto. Così l'esperienza individuale e i tormenti di un giovane intellettuale sono la cifra di un'intera generazione che avverte come irrimediabilmente mancata la propria aspirazione a cambiare il mondo
La rivoluzione o è meridionale, o non è, diceva Guido Dorso. Frase che potrebbe valere ovunque. O la responsabilità del cambiamento viene assunta da chi ne avverte la necessità, o si rimane nei limiti della sterile aspirazione. e dalla consapevolezza di questa verità, forse così scontata da essere ignorata, che parte Haile Gerima, il maestro etiope che con Teza torna alla regia dopo nove anni (il suo ultimo film, Adwa, è del 1999) Dopo un grave incidente, Anberber decide di lasciare definitivamente la Germania per tornare in Etiopia, nel villaggio dell’anziana madre. Ma la situazione politica in cui si ritrova non è delle migliori: il Paese è ancora oppresso dalla dittatura marxista di Haile Mariam Mengitsu, impegnata in una delle innumerevoli guerre chi dissanguano il Paese. D’altro canto si sente estraneo nel villaggio della sua infanzia, ancorato a credenze e sistemi di valori di cui ormai avverte la distanza. Non sa che senso dare alla sua vita. Ai dubbi del presente, si aggiungono i tormenti del passato: gli studi di medicina in Germania, la drammatica esperienza del primo ritorno in Etiopia, ad Addis Abeba, dove Anberber si scontra violentemente con la protervia del regime, il secondo viaggio in Germania Est, che ha una svolta ancor più drammatica, per colpa dell’ineliminabile cancro razzista. Se si dovesse giudicare un film dall’importanza e dalla profondità dei temi messi in campo, non avremmo dubbi nello stilare la classifica ideale di questa Mostra di Venezia. E, per forza di cose, occorre fare i conti con l'ultimo Gerima. Anzi, per complessità e ambizione, questo Teza (rugiada) è davvero un film che ha pochi eguali. Saltano le barriere tra privato e pubblico perché il senso dello stare al mondo si definisce in ragione del rapporto con l’altro, il congiunto, l’amato, il prossimo, il remoto. Del resto l’universo altro non è che il perpetuo rinnovarsi di un equilibrio di astri e sfere, che si attraggono e si respingono, un congegno delicato di movimenti correlati e gravitazioni invincibili. L’esperienza individuale di un giovane intellettuale, che sembra essere sempre “fuori posto”, aldilà di una naturale collocazione, estraneo nella sua terra e vanamente impegnato a ricrearsi una patria altrove, è la cifra di un’intera generazione che avverte come irrimediabilmente mancata la propria vocazione a cambiare il mondo. Notte e nebbia in Etiopia. Tutto ciò che abbiamo sognato di essere era troppo lontano dall’universo delle cose per tradursi in realtà. Tutto ciò che abbiamo provato ad essere era troppo velleitario e fragile per modificare la storia. Quella di Gerima è la ratificazione lucida e amara della sconfitta di un’intera generazione, chiusa nel vicolo cieco di un idealismo e un'ideologia che, pur facendosi prassi, non producono sviluppo. Gerima non cerca alibi e non scarica le responsabilità altrove. Il sottosviluppo prima ancora che un virus importato, iniettato da un corpo estraneo, è un cancro che si genera e si sviluppa all'interno dell'organismo sociale. Ma la grandezza di Teza è che il fervore dell'assunto politico si traduce in un'emotività prorompente, allucinata, che grida a pieni polmoni, con i muscoli in tensione, la necessità di non arrendersi alla malattia, di non rinnegare, di non scendere a patti. La linearità narrativa s'infrange a più riprese in un susseguirsi di incubi e visioni, in una distorsione magica, sciamanica, che sembra trarre linfa dagli stessi elementi della natura, il fuoco, il sole, la terra, le piante. Lo sguardo antropologico si fa politico. Perché coglie negli arcani segreti e riti di un popolo le strade del suo destino.
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