VENEZIA 65 - "Gabbla" (Inland), di Tariq Teguia (Concorso)

Secondo lungometraggio del regista algerino (bellissimo Roma wa la n’touma, due anni fa sempre a Venezia). Geografia umana filmata, superba profondità frammentata che cede ai richiami del divenire, dello spazio in movimento impercettibilmente nervoso, che sembra immobile, che appare prossimo, ma si perde in fondo alla luce, tra i tagli d’inquadratura, tormente percettive generanti apnee sensoriali, derive urbane e scivolamenti sonori

gabbla1Secondo lungometraggio del regista algerino, già presente a Venezia nel 2006, nella sezione Orizzonti, con il bellissimo Roma wa la n’touma (Roma piuttosto che voi). Ennesimo sguardo sospeso, sperimentale, in cui ritrovi tutto il suo retroterra culturale a segnare la strada: il quarantaduenne Tariq Teguia studia arti visive, ha lavorato come fotografo freelance per un quotidiano algerino e da qualche anno insegna storia dell’arte contemporanea nel suo Paese. Senti pulsare l’anima underground dal primo fotogramma, trovi tra le architetture dello spazio il riverbero “nouvelle vague” di uno spirito perso nel vuoto, dello sguardo ritrovato per un istante, per poi ricadere verso il cuore. Filma la lontananza difendendo la profondità, proprio come quando si muove in verticale nel deserto, seguendo un puntino che poi è un corpo alla ricerca di una linea da tracciare sul paesaggio postbellico algerino. Gabbla vuole individuare vie d’uscita, percorsi di vita nuovi, che si sovrappongono ad altri più antichi e già ampiamente battuti. Malek è un topografo che conduce una vita quasi da recluso, è inviato dal suo datore a compiere un lavoro presso una regione povera dell’Algeria occidentale. Quando arriva al campo base trova la sua squadra decimata dai fondamentalisti e si rende conto che dovrà portare avanti il lavoro da solo. In un mondo lontano da tutto il resto, il tempo sembra essersi congelato e la speranza dispersa. Di notte Malek sente le esplosioni dei campi minati sui quali corrono gabbla2i clandestini per raggiungere il Marocco e potersi imbarcare per la Spagna. Una notte s’imbatte in una giovane donna nera che non vuole rivelare il proprio nome. Malek decide comunque di aiutarla e lascia incompiuto il suo lavoro. Segna il percorso da compiere sulla cartina e sente di voler esaudire il desiderio della donna, quello di voler tornare a casa e rinunciare alla fuga agognata. I due fuggiaschi si dirigono a sud-est, seguendo una linea lunghissima, interminabile diagonale che conduce verso il Ciad, per il deserto, per un punto dove potersi eclissare insieme. Geografia umana filmata, superba profondità frammentata che cede ai richiami del divenire, dello spazio in movimento impercettibilmente nervoso, che sembra immobile, che appare prossimo, ma si perde in fondo alla luce, tra i tagli d’inquadratura, tormente percettive generanti apnee sensoriali, derive urbane e scivolamenti sonori. Senti, sena avvertire, impronte immateriali, senza spessore né pesantezza. Ondeggia, a volte è immobile, in altre è irrefrenabile esperienza mistica. Il cinema di Tariq Teguia è immediato solo con se stesso. Non sembra far accadere nulla direttamente, eccetto se stesso. Il cinema da solo sembra non farcela a contenere la realtà nella finzione. Persino il movimento di macchina più calibrato e la macchina fissa “concentrata”, prendono corpo, anche se imperfettamente, anche se solo in parte. Un cinema dell’impurità cromatica, a volte impercettibile, a volte probabilmente manierata, ci consegna però il concetto di perfezione come sogno inesaudito del pensiero, un’astrazione, come l’infinità. Ineluttabilmente, questo cinema del riscatto e della resistenza, porta con se anche un potenziale di delusione per chi non lo ama, di autoillusione per tutti gli altri che si sono persi. Virus di incompiutezza abita la speranza di un nuovo grande autore, probabilmente. Cinema che raggiunge un’altra violenza, un’altra sensualità, molecolari, non localizzabili: i paesaggi, gli uomini, le bieche inquadrature di architetture lontane, sono compresse di violenza statica, tanto più violente perché non si muovono. Ma ancora, queste storie di passaggi, fughe, derive, spostamenti, precipitazioni e pietrificazioni insieme, sono inseparabili dal cinema da amare.

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