VENEZIA 65 - "Il cinema non può che essere «sperimentale»" - Incontro con Tariq Teguia
Il giovane regista Tariq Teguia (1966),Yacine, che segue un uomo schivo, il protagonista Malek (l’attore non professionista Fethi Ghares) in un viaggio politico, sonoro, metafisico, contemplativo, all’interno di un terreno percorso da un silenzio desertico, esplosioni improvvise, ribelli e pastori, in un’Algeria fatta di paesaggi compositi, di diversi linguaggi e anime, oltre che di distanze geografiche.
già a Venezia nel 2006 con Roma ea la n’touma,
accompagna in Concorso il suo lungometraggio Gabbla, scritto con il fratello
Il giovane Tariq Teguia (1966) già a Venezia nel 2006 con Roma ea la n’touma, accompagna in Concorso il suo lungometraggio Gabbla, scritto con il fratello Yacine, anche produttore, presenti in conferenza stampa con l’attore non professionista F. Ghares, che interpreta il protagonista del film. Gabbla, in lizza per il Leone d’Oro, è un viaggio di 140 minuti realizzato, come racconta lo stesso regista, “con spirito militante”, con l’aiuto di amici e sostenitori, un collage di linee di fuga, in cui si incontrano diversi personaggi, linguaggi differenti, territori geopolitici, esistenziali, meditativi.
L’Algeria si trova in qualche modo in una posizione di transito, di passaggio tra Africa nera ed Europa. Come ha risolto nel film queste tensioni geopolitiche da un punto di vista formale e strutturale?
Gabbla cerca di descrivere più paesaggi: un’Algeria urbana, una quasi abbandonata, una dell’hinterland. Quella del personaggio Malek è un’Algeria meditativa, contemplativa. Coesistono nel film diversi ritmi (città/campagna, politico/esistenziale, la presenza del deserto: ma utilizzato non in senso classico). Si tratta di una sorta di patchwork ricco di linee di fuga: quella di Malek e quelle degli altri personaggi in cui si imbatte, che confonderanno queste linee; le parole degli attivisti politici; potrei definire il film una sorta di mappa di linee in continuo spostamento.
Il film è stato selezionato anche per la sua contemporaneità, per la capacità di unire ad una forte tensione documentaristica, una ricerca su immagine e suono quasi sperimentale. L’uso particolare di suono e inquadrature è istintivo o frutto di calcolo?
Il cinema non può che essere “sperimentale”, fatto di esperienze continue. Certo si potrebbe seguire un canovaccio rigido, ma io utilizzo una serie di elementi che collego tra di loro. Se si vuole filmare il presente devono essere attuali anche le forme. Usiamo una telecamera digitale, leggera– una scelta questa, più che altro forzata dalla scarsità di mezzi – e in genere sperimento con strumenti e circostanze di cui dispongo. Nel film affiorano linguaggi diversi e anche questo è un segno della sua contemporaneità.
Che rapporto conserva con l’Algeria, visto che preferisce parlare francese?

Non “preferisco” parlare francese, mi viene spontaneo, e non voglio farmi etichettare dall’appartenenza a un paese; mi considero piuttosto nomade; spesso torno in Algeria, ma bisogna davvero vivere in un luogo per poterlo raccontare? Le risponderò parlando del personaggio di Gabbla, che rifiuta l’identificazione, la “morale dell’anagrafe”. Io sono un po’ come lui.
Come è possibile girare un film così’ ricco, che racconta molteplici storie, in una terra che certo non offre molte risorse economiche dal punto di vista della produzione?
Lavorando a basso budget, cerchiamo comunque di non soccombere all’assenza di finanziamenti e curiamo al massimo il nostro progetto, anche dal punto di vista tecnico.
(Interviene Yacine Teguia, fratello del regista, anche sceneggiatore e produttore di Gabbla)
Voglio precisare che realizziamo film con spirito assolutamente militante, grazie ad amici e persone che ci danno una mano. Nel processo di democratizzazione di un paese come l’Algeria, è l’unico modo per lavorare.
Si ha l’impressione in questo film che spazi (fisici, ma anche mentali) e suoni siano importanti quanto i personaggi. Come si sente un attore rispetto a una costruzione che sembra quasi decentrarlo?
(Risponde F. Ghares, che interpreta Malek in Gabbla)
Forse vi deluderò, ma devo dire che non sono un attore, né mi ritengo tale. Ho partecipato a questo film facendo tutto ciò che so fare nella realtà e nulla di più; con lo scopo di stimolare le persone a opporsi, ribellarsi, a moltiplicare i focolai di opposizione; mi considero un militante e non un attore: ho prolungato nel film la mia esperienza della realtà.
Che ruolo hanno quegli inserti che apparentemente possono sembrare incongrui, come i dialoghi tra i giovani che discutono di politica?
Fare un film è fare immagini, ma anche altro: suono, parola. Ho filmato i discorsi di poeti, militanti, profughi; molti di questi non sono stati montati nel film. Non c’è una ragione precisa per la collocazione di questi discorsi in momenti specifici del film: volevo semplicemente utilizzare vari regimi espressivi. Potrebbero essere anche il contrappunto a ciò che sta avvenendo in un altro spazio.
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