VENEZIA 65 - Plastic City: per uno sguardo cinobrasiliano - incontro con lo sceneggiatore Fernando Bonassi. VIDEO
Sentieri Selvaggi bracca lo sceneggiatore del formidabile Plastic City all'Excelsior: è l'occasione per chiacchierare un po' sullo stato del cinema brasiliano, sulla collaborazione con Yu Lik-Wai, sulla fortuna di avere Anthony Wong nel cast: "anche quando non apre bocca, sta dicendo un sacco di cose", dice Bonassi. "E per uno sceneggiatore, è il massimo – non hai troppo da lavorare, su di lui." - VIDEO.
La “visionarietà” del film era prevista e “organizzata” già in fase di sceneggiatura?
Si, perché più importante delle relazioni politiche e commerciali tra le persone, è il rapporto tra padre e figlio. Perciò abbiamo preparato tutto in termini di economia, pirateria, politica: all'inizio, il boss sta lasciando il suo lavoro, e nella seconda parte si rifugia nella foresta, e la situazione diventa in un certo senso “magica”. Ma il film non è ancora finito, in realtà: qualcosa va rieditato, qualcosa manca ancora – una spiegazione del fatto che Kirin abbia ucciso il suo vero padre, all'inizio: non è così chiaro, e bisogna che vada mostrato.
Eravate tutti e due interessati nella stessa misura ad entrambe le “anime” del film?
Il plot è opera di Yu Lik-Wai, e il mio apporto è stato soprattutto quello di immergerlo nella realtà brasiliana: entrambi avevamo una serie di idee sbagliate sui nostri Paesi, e quindi pian piano si è trattato di conoscersi. Ed è bello vedere San Paolo di Brasile filmata da un cinese: il loro sguardo è più metaforico, perciò ho dovuto trasportarlo nella narrativa, in qualche modo organizzare il caos.
Cosa ne pensi allora della ritrovata visibilità del cinema brasiliano: Mereilles, Tropa De Elite...
Il meglio del cinema brasiliano non sono quelle grosse produzioni, ma è il piccolo cinema, quello con mezzo milione di dollari di budget. Il cinema di questi registi è di gran lunga migliore del cinema da 10 milioni di dollari, e in sala paradossalmente guadagna anche di più!
Da brasiliano, pensi allora che il modo di mostrare il Brasile di Yu Lik-Wai sia perciò
paradossalmente più vero di quello di film come City of God, girati da brasiliani?
Questo non lo so. Il Brasile è una faccenda folle, un Paese folle, diviso tra il “primo” e il “quarto” mondo: quest'ingiustizia, questo schifo di essere brasiliani, è nel film. Ma oggi sappiamo anche come raccontare le storie: attraverso una nuova via alla narrazione, apparentemente meno “organizzata”, più interessata ai personaggi e alle loro intimità – credo che sia una via per certi versi maggiormente leale.
Il personaggio di Yuda è stato scritto pensando a Anthony Wong sin dall'inizio?
Si. E' una cosa che mi fa particolarmente felice: anche quando non apre bocca, Anthony Wong sta dicendo un sacco di cose. Basta metterlo di fronte alla macchina da presa. E per uno sceneggiatore, è il massimo – non hai troppo da lavorare, su di lui.
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