VENEZIA 65 - Al Nido di Venezia...
Se penso a quanto siamo stati bene, tutti insieme appassionatamente con Miyazaki e quanto abbiamo volato con Mamoru Oshii, superando i confini solo dall’alto, magari lievitando e camminando sulle acque dei fiumi dell’anima di Jia Zhang ke, forte è la tentazione di condividere il viaggio, magari proprio con uno sconosciuto in bici, fuori dal Nido, un’altra specie che non rischia l’estinzione, che però lo stesso fatica a riappropriarsi del suo territorio, della sua vita e ti guarda come qualcosa che non esiste ancora, forse è gia morta, forse è soltanto in ritardo...
Nido: quello devastante e devastato di Amir Naderi, che ti ricopre di polvere magica, di pulviscolo che arriva all’ultima fila della sala, come quella che nasconde l’artificiere della Bigelow avviato a disinnescare, che non sa stare senza guerra tanto quanto il favoloso wrestler Randy Robinson “The Ram” di Darren Aronofsky che non può proprio vivere fuori dal ring, fuori dai propri confini, oltre i quali si comincerebbe a vivere e a respirare affannosamente. Farsi male quando sei fuori, anche quando passeggi al di là del perimetro di competenza, come in Iraq, o lal di qua di esso, come in casa Demme, spettacolare sospensione del lutto, come per strada al Lido, musicata da isterici campanelli su due ruote che pretendono strada e maledicono nove volte su dieci (il decimo finisce nel canale...) il festivaliero fannullone. I ciclisti del Lido, probabili emissari del Ministro Brunetta, non credono nel nostro cinema, e perchè mai dovrebbero credere nel sogno di un estraneo che si chiude al buio per ore. E poi, nel sogno dell’altro c’è sempre un amico, un passante, un parente, un amante che finisce male e allora è meglio tenere gli occhi aperti (anche quelli di dietro). Al massimo potremmo trattenere il respiro quando c’è Kitano fino a lacrimare; potremmo perderci come quel frenetico puntino dell’algerino Teguia, nell’entroterra alla ricerca del divenire, della pietra del passato, luce del presente e del vuoto da colmare. Ma se penso a quanto siamo stati bene, tutti insieme appassionatamente con Miyazaki e quanto abbiamo volato con Mamoru Oshii, superando i confini solo dall’alto, magari lievitando e camminando sulle acque dei fiumi dell’anima di Jia Zhang ke, forte è la tentazione di condividere il viaggio, magari proprio con uno sconosciuto in bici, fuori dal Nido, un’altra specie che non rischia l’estinzione, che però lo stesso fatica a riappropriarsi del suo territorio, della sua vita e ti guarda come qualcosa che non esiste ancora, forse è gia morta, forse è soltanto in ritardo. Criticare il cinema è come aspettare il tuono che segue il lampo di un temporale lontano e poter sperare di ritrovarsi sempre più vicini a quella luce che squarcia il cielo, alla luce che accende i nostri cuori, alla luce che non tocca proprio tutti, alla luce che Kiarostami non accende per quasi due ore, che ai registi italiani in concorso hanno tagliato. Forse i registi che abbiamo amato e che potrebbero addolcire i soliti campanelli isterici del Lido sono quelli di Gerima e Claire Denis (oltre alla maggior parte dei titoli della Settimana della Critica e vari altri delle sezioni collaterali), capaci, il primo di “stanare” l’antropologia di un resistente senza più terra e il secondo di illudere una vita di un padre senza figlia e una figlia senza padre. Il sogno di alcuni è un cinema senza disgrazie (come vorrebbe Celentano), per molti altri è un cinema per le disgrazie. Ci si può mettere d’accordo, trovare un compromesso, tagliare qua e là, per accontentare la maggioranza, non come fa il genio di Julio Bressane, che libera il roditore ruzzante e fa scricchiolare le nostre certezze pacificanti.
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