VENEZIA 65 - "Un lac", di Philippe Grandrieux (Orizzonti)
Un lac dovrebbe essere la storia della difficile sopravvivenza di un nucleo familiare sperduto e isolato tra le vette alpine. Tuttavia, al regista Philippe Grandrieux sembra non interessi molto l'intenzione di narrare, ma solo quella di sfoderare il suo occhio estetizzante sulle cose. Piuttosto che comunicare qualcosa - storia, sofferenza, emozioni - al regista francese preme soprattutto sentirsi dire che è bravo, originale, che ha uno sguardo nuovo.
Più che un film animato da qualche linea estetica particolare, Un lac sembra invece essere un’opera consapevolmente estetizzante. Quasi una forma di film-pretesto che non ha altro scopo al di fuori di quello di ostentare la sensibilità – che si presume già artistica, al terzo lungometraggio – del suo regista: tutto è però troppo scoperto e a volte persino deleterio. Philippe Grandrieux – premiato a Locarno nel 1998 con Sombre, il suo esordio – pare perda spesso il confine tra ciò che interessa a lui e ciò che invece potrebbe comunicare al suo pubblico. Tra l’ammirarsi allo specchio di una stravaganza visiva scambiata per talento, e la difficile arte del raccontare. Nel suo film c’è un nucleo familiare che vive completamente isolato in mezzo alle vette alpine, separato dalla civiltà e dall’esterno da un lago: il fratello maggiore taglia la legna, soffre di crisi epilettiche improvvise e vive una difficile e possessiva relazione di attrazione con la sorella. La madre è una figura di sofferto collante, e il padre – con uno sguardo duro e tagliente, eppure mai troppo castrante – arriva solo nel finale. Nella difficile e solitaria lotta per la sopravvivenza sotto metri di neve, prima o poi non può che arrivare un elemento estraneo – un giovane vagabondo che per un po’ aiuta il ragazzo nel lavoro – a turbare l’equilibrio, portandosi via la ragazza, l’unica in grado di poter garantire una continuità al microcosmo che si sono creati nelle loro modesta baita. Le conclusioni sono comunque accessorie per Grandrieux, e la narrazione già rarefatta procede a rilento, appesantita da lunghe pause ed enormi silenzi che assecondano la rappresentazione delle sue visioni: il regista usa molta macchina a mano, le inquadrature sono volutamente traballanti e mai definite, decentrate, buie e sfocate, e nelle scene di particolare enfasi drammatica l’attenzione viene sempre spostata verso dettagli secondari del corpo, in particolar modo le mani. Al regista piacciono quelle inquadrature che scelgono provocatoriamente di stravolgere la drammaturgia convenzionale: così ecco lunghi piani fissi su foreste di betulle attraversate dal rumore del vento, sull’epidermide di cavalli che riposano nella loro stalla, con una particolare attenzione al suono del loro respiro. La sue sono però decisioni studiate, prive di spontaneità, e purtroppo non necessarie. Grandrieux salta del tutto la fase della partecipazione emotiva: in questo modo, da l'impressione di essere un cineasta che non vuole narrare, ma solo sentirsi dire che è bravo, originale, che possiede uno sguardo nuovo sulle cose.
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