VENEZIA 65 - "La fabbrica moderna può essere un inferno in una veste asettica" - Incontro con Mimmo Calopresti
Mimmo Calopresti, accompagnato da produttrice (S. Banchi) e distributore (L. Savena) del film La fabbrica dei tedeschi (evento della sezione Orizzonti), già attento in passato alla realtà del lavoro in fabbrica, racconta come ha affrontato il racconto di familiari e operai dopo la tragedia dell'acciaieria ThyssenKrupp di Torino, ma anche in che modo una serie di giornate imprigionate in un sistema di produzione possano diventare un circolo vizioso che priva l'individuo del suo spazio vitale. GALLERIA FOTOGRAFICA. TRAILER
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Perchè questo film?
Ero già entrato in contatto negli anni passati con la realtà operaia e avevo già realizzato dei documentari sul tema, uno sugli operai della Fiat. L'aspetto sconvolgente di questa vicenda è l'idea di asetticità, di tecnologia avanzata di fronte a una fabbrica moderna, che rende difficile credere che una tragedia del genere sia potuta accadere. Volevo in un certo senso raccontare l'incredulità e l'impotenza che si provano di fronte a un fatto simile accaduto in una multinazionale, che si sforza di dare con l'acciaio un'idea di precisione, funzionalità: in realtà ci si rende conto che le lotte di 20 anni fa per bloccare gli straordinari avevano un senso e ne hanno ancora: è il tanti giovani operai che coltivano il sogno del cinema, della tv, o semplicemente di aprire un bar o un ristorante. Più spesso però, dopo qualche tempo rinunciano ad ogni speranza di cambiamento, la fabbrica diventa la loro vita.
Il titolo ha un significato particolare?
Abbiamo un'idea in qualche modo minacciosa dei tedeschi; ho avuto pochi contatti con la Thyssen - c'era troppa burocrazia da affrontare. Un amministratore delegato che dichiara di non avere responsabilità rispetto all'aver ignorato delle norme di sicurezza, tanta burocrazia e automatismi mi hanno fatto ovviamente pensare, per associazione di idee, a precedenti molto gravi.
Può approfondire la scelta fatta di utilizzare lo strumento della fiction e quindi anche degli attori?
Quando mi capita di vedere le cosiddette "ricostruzioni" in tv, per quanto utili siano, penso sempre che c'è un forte rischio di artificio. Il cinema ha questo vantaggio: dichiara immediatamente che è finzione. Ho "segnalato" il concetto di cinema col 35 mm in bianco e nero, che per me lo rappresenta (facendo impallidire i produttori, visto che il film aveva un bassissimo budget). Intervistando Tina Schiavone, poi, avevo la sensazione di trovarmi di fronte ad un'attrice: il modo in cui raccontava, esprimendosi soprattutto con gli occhi, quelle che non sono solo incidenti sul lavoro, ma storie d'amore distrutte: anche tra padri e figli: figli che sostituiscono i padri in fabbrica, padri che si sentono in colpa per averli indirizzati nel loro stesso "inferno". Il cinema evoca e permette ancora più del documentario, in questo caso, di raccontare queste storie d'amore.
Come si pone di fronte alle proteste di uno dei familiari delle vittime della TyssenKrupp, una signora che si è sentita in qualche modo offesa?
Parlerò di persona con la signora, che tuttavia non ha visto il film completo. Possono esistere diverse reazioni ma naturalmente mi assicurerò che nessuno si senta offeso. Con qualche retorica, noi crediamo a volte di poter essere d'aiuto nei confronti della sofferenza, ma la realtà è che forse non possiamo essere mai d'aiuto, se non accettando il dolore e raccontandolo con rispetto.
Quando sono arrivato alle famiglie c'era già una forte pressione mediatica su di loro; sono stato accolto generosamente, ma è stato anche un momento difficile. Entrando nelle loro case scopri dei piccoli dettagli, scopri poco a poco le loro vite, un'esperienza anche emotivamente forte. Se pensate che nelle fabbriche normalmente è vietato girare, si capisce come si tenti di escludere il cinema, ma anche la vita reale, da questi luoghi, che dovrebbero essere aperti, discutibili.
Quali sono state le difficoltà legate agli aspetti produttivi?
(Risponde S. Banchi) La fabbrica dei Tedeschi è un passo certamente coerente nel percorso che l'Ambra Jovinelli ha sempre seguito. Produrlo ci è sembrato anche un atto di dovere civico. Prima ancora che si fossero decisi i dettagli, avevamo accettato e Calopresti già era in fase di riprese. Gli attori hanno partecipato al progetto a titolo gratuito, salvo piccoli gettoni di presenza, peraltro devoluti in beneficenza alle famiglie delle vittime della strage all'acciaieria. Con l'intervento di Istituto Luce, in seguito, è stata garantita anche una diffusione nelle sale.
(Risponde L. Savena) I documentari sono un oggetto a rischio in Italia, spesso non trovano distribuzione nè in sala nè in dvd. Siamo qui a Venezia anche con il ritorno nelle sale di Pasolini, che peraltro viene ben accolto, ma si tratta pur sempre di una sfida. L'aspetto puramente speculativo da parte nostra in questo caso viene meno: si tratta piuttosto dell'esigenza di conservare documenti della contemporaneità. L'uscita in sala sarà certamente preceduta da una proiezione per i familiari: confermo che vogliamo assicurarci in ogni modo che non si sentano offesi per via di fraintendimenti e imprecisioni, da un film nato per portare alla luce la realtà.
(Risponde Mimmo Calopresti) Il cinema italiano (come con Gomorra ad esempio) sembra da qualche tempo infatti mettere al centro la realtà. Forse ci troviamo in un periodo in cui vediamo all'improvviso ciò che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi. Un momento importante del film ad esempio è la manifestazione sindacale: si avverte una critica verso il sindacato che serpeggia tra gli operai. Il mio scopo non era certo aggredire il sindacato, ma mostrare la rabbia di chi non ha mai potuto esprimersi e in un certo senso la manifestazione sindacale mi pare una sorta di funerale civile, una massa di persone che non riescono ad agire, una morte e una immobilità che permette poi la "disattenzione" sulla sicurezza e una tragedia così enorme. Intendo dire che anche chi dovrebbe fare gli interessi dei lavoratori non riesce a fermare un processo che va avanti, e nel frattempo gli operai perdono assolutamente la fiducia in chi dovrebbe tutelarli e difenderli, fatto evidente dalle ultime elezioni. I partiti portano avanti dibattiti astratti su temni concreti, c'è un'enorme distanza tra discorso e realtà. Qualche giorno fa ho incontrato Ermanno Olmi: mentre mi avvicinavo per complimentarmi col Maestro, si è complimentato con la nuova generazione di registi italiani, augurandosi che possa essere proprio il cinema a salvare il mondo.
La fabbrica dei tedeschi – il trailer
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