VENEZIA 65 - "Verso Est" di Laura Angiulli (Orizzonti)
Una testimonianza silenziosa, in cui ancora prima delle parole, sono le immagini a raccontare il dolore, composto e dignitoso, dei sopravvissuti alla guerra bosniaca. L’Italia porta in scena il ritratto di un paese rinchiuso nel proprio dolore, cui il conflitto ha sottratto anche la capacità di rimettersi in piedi. Presentato nella sezione Orizzonti
Ispirato al progetto teatrale In Memoria,Verso Est è la dolorosa testimonianza di un paese dilaniato tra un passato atroce ed un futuro tuttora incerto.
Immagini di repertorio si intrecciano ai racconti dei sopravvissuti, in un crescendo di tensione emotiva che aumenta con il sovrapporsi dei due tempi della narrazione. A parlare sono creature senza tempo, perse nel proprio dolore: se la violenza della guerra è insopportabile, ancora peggiore è rassegnazione che le fa seguito, quando a morire è anche la speranza in un futuro migliore.
Tre città colpite dal conflitto: Sarajevo, la capitale, dove la contraddittorietà del governo vigente offre lo spunto per digressioni politiche ed intellettuali, Mostar, segnata dall'intolleranza religiosa che si fraziona nei ghetti croati e musulmani, e Srebrenica, dove il dolore prende la forma del volto delle donne che nel genocidio del 1995 hanno perso figli e mariti. Tra tutte Hatidza Mehmedovič, portavoce dell'associazione delle donne di Srebrenica, cui la guerra ha strappato anche padre e fratelli, e che nel suo dolore composto si fa incarnazione del lutto dell'intero paese. Chi è scampato alla guerra si riunisce per la cerimonia annuale dell'11 Luglio, durante la quale vengono seppelliti in fosse comuni le centinaia di corpi che ancora oggi continuano ad essere rinvenuti, e che i nomi delle oltre 8.372 vittime incisi su enormi lastre di marmo preservano dal cadere nell'anonimato. Tutto è intriso di rassegnazione, di una sofferenza profonda che si esprime nei volti e nei gesti, talmente soffocante da non lasciare più spazio alla disperazione intesa in senso tragico. L'allegoria della guerra e del dolore che questa porta con sé vengono raccontati dalle esibizioni di matrice teatrale che si inseriscono nella narrazione, rimandando all'intensa attività parallela della regista.
Ad aprire e chiudere la rappresentazione, i volti dei bambini bosniaci, ritratti ironicamente mentre cantano una canzone sulla felicità: eppure, proprio questa loro prematura consapevolezza, lo sguardo critico di chi, malgrado tutto, è riuscito a scampare alla tragedia sembra essere l’unico mezzo per risollevare le sorti di un paese abbandonato a sé stesso.
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