VENEZIA 65 - "Huanggua (Cucumber)", di Zhou Yaowu (Settimana della Critica)
First Person Shooter: Taowu ribadisce l'assoluta soggettività emozionale del Cinema, anche di quello che “fa” lui, all'apparenza così freddo e distaccato, ma nella sostanza in tutto e per tutto in first person, squassato da emozioni e sentimenti a volte anche violentissimi. La frontalità è apparente, ché la visione è sempre trasversale, e dunque è con la coda dell'occhio che si svela il Cinema.
L'estremo rigore della messinscena di Zhou Yaowu (sostanzialmente proprio quel tipo di minimalismo cinese messo alla berlina in maniera irresistibile nel fulminante incipit di Sell Out di Yeo Joonhan) subisce una contaminazione inaspettata e che a primo impatto lascia perplessi: la sostanziale immobilità della macchina da presa, la predilezione per il campo lungo con gli attori il più possibile lontani tra loro, la rarefazione di azioni e dialoghi, vengono per un attimo apparentemente polverizzati dall'irruzione della ripresa di uno schermo televisivo su cui sta 'passando' un videogame, un cosiddetto first person shooter, basato sulla soggettiva del giocatore intento a crivellare di colpi di arma da fuoco il più alto numero di furfanti possibile. E' un minuscolo frammento di un paio di secondi, eppure fa sobbalzare questa brusca interruzione della compostezza del film, costruito intorno a tre vicende parallele in qualche modo tenute insieme dall'attenzione per la cucina cinese, e soprattutto per l'uso massiccio di cetrioli nei piatti. Ripensandoci, però (perché ci si lascia ossessionare anche da questo, è chiaro, è inevitabile...), non c'è forse troppa differenza per Yaowu tra le sue riprese, e quelle del videogame: in entrambe, l'unica cosa a restare immobile è in realtà il quadro, il confine, lo schermo – ché la visione è sempre trasversale, e dunque è con la coda dell'occhio che si svela il Cinema. La frontalità è apparente: in verità, l'inquadratura di Yaowu è perennemente intasata di gesti, movimenti, vettori direzionali – non a caso, abbondano i treni che attraversano il quadro (e uno dei personaggi perde la staticità del proprio carretto da fruttivendolo, e così per il resto del film non fa che spingerlo da una parte all'altra dell'obiettivo); e il finale, vetta di struggente bellezza dell'opera, è anche una dimostrazione di profondità dell'occhio della macchina da presa, col protagonista che si avvia lungo i binari facendosi sempre più piccolo ai nostri occhi. Incrocio di vettori di segno opposto all'interno dello stesso sistema di coordinate: mentre disegna la sua retta che si allontana infinita, il ragazzo ne tende un'altra al di là dei limiti dell'inquadratura, parlando al cellulare con la propria madre che non vede da anni, proprio mentre consapevolmente sta andando incontro ad un treno in corsa in piena notte (“avrei sempre voluto regalarti un maglione, ma non l'ho mai fatto”). Di più: assimilando dunque senza particolari problemi estetici alle sue coordinate le riprese del videogame, indirettamente Yaowu ribadisce l'assoluta soggettività emozionale del Cinema, anche di quello che “fa” lui, all'apparenza così freddo, distaccato ed “obiettivo” (!), ma nella sostanza in tutto e per tutto in first person., squassato da emozioni e sentimenti a volte anche violentissimi. Che poi è l'unico modo in cui il Cinema può davvero essere: come un finestrino di un treno in corsa, un'inquadratura che possa permetterci di distrarre lo sguardo proprio nell'istante in cui continuiamo a guardarla.
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