VENEZIA 65 - Venezia, il cinema oltre l'assenza
Molte presenze in meno e prezzi sempre da capogiro, fuori sincrono con l’attuale situazione economica del paese; eppure è stato un grande festival, pieno di film belli e bellissimi, in linea con la qualità, lo spettacolo e la sperimentazione a cui ci ha abituato l’era- Müller. Da gran parte della stampa questo non però emergeva. Le lamentela più comune: mancano i titoli. La richiesta più comune: vogliamo la testa del Direttore. Siamo stati allo stesso Festival?
All’inizio poteva apparire una Mostra minore. Forse perché l’atmosfera al Lido non era quella dei festival degli anni passati. Forse perché anche la passerella delle star ha avuto meno risonanza, anche d’impatto mediatico, prima del ciclone Celentano. Forse perché, soprattutto, c’è stata molta meno gente. Paolo Baratta, presidente della Biennale, ha sottolineato nel corso di una conferenza stampa, che quest’anno il pubblico era calato di circa il 12%. Probabilmente la percentuale in verità, rispetto alle dichiarazioni ufficiali, potrebbe essere ancora più alta. Difficilmente è capitato di trovare così poche file nei bar per prendere un caffè. Inoltre anche nel primo week-end del festival – momento in cui si concentra tradizionalmente la maggior parte del pubblico – quella piazza antistante al Casinò era abbastanza vuota. Si vedevano le luci della festa ma non i partecipanti. Gli stand ai giardini, tranne qualche occasionale momento di ritrovo, erano spesso deserti.
Bisogna chiedersi il perché di questo calo improvviso di frequentatori. Alcuni commercianti hanno detto che questo è il primo anno in cui a Venezia, durante il Festival, ci sono stati contemporaneamente il pubblico appassionato di cinema e i turisti. Non era mai successo. Ma il problema più grosso, al momento, appare quello dell’accoglienza: prezzi da capogiro, strutture non adeguate, qualità dei ristoranti di livello medio-basso a meno che non si decida di andare oltre le 50 euro per una cena. Se un vaporetto costa 6,50 euro per dei percorsi minimi, è chiaro che anche gli stessi passaggi da Venezia e il Lido si sono ridotti. Non si crede neanche che le cose possano cambiare nei prossimi anni; è in programma infatti la costruzione del nuovo palazzo del cinema, i cui lavori dovrebbero iniziare proprio alla fine di questa edizione per far trovare l’edificio pronto per il 2010. Ciò ha un costo e probabilmente ci si dovrà aspettare anche il pagamento di una tassa per il soggiorno, l’aumento vertiginoso dell’accredito e per il catalogo bisognerà sostenere una spesa simile a quella di un’Enciclopedia Treccani. Previsioni catastrofiche, che speriamo verranno smentite.
Oltre all’appeal della Mostra, c’è un altro Festival, quello cinematografico. E malgrado la depressione di certa stampa che, intristita nel trovarsi in un clima così spento dove anche gli stessi fastosi parti serali degli anni passati si sono trasformati in risicati cocktail pomeridiani, ha iniziato ad attaccare questa edizione da un punto di vista qualitativo arrivando a chiedere anche la testa del direttore, bisogna invece dire che anche il Festival di quest’anno è stato di grandissimo livello. Müller e i suoi selezionatori (Alberto Pezzotta, Marie-Pierre Duhamel, Paolo Bertolin, Violetta Bellocchio, Claudio Masenza) hanno costruito un programma di altissimo livello. In concorso ci sono stati almeno otto grandissimi film: Achille and the Tortoise di Takeshi Kitano, Ponyo on the Cliff by the Sea di Hayao Miyazaki, Rachel Getting Married di Jonathan Demme, Hurt Locker di Kathryn Bigelow e The Wrestler di Darren Aronofsky, Gabbla (Inland) di Tariq Teguaia, Teza di Haile Gerima e Paper Soldier di Alexey German jr.. Hanno poi creato divisioni all’interno della redazione altri film che comunque alcuni di noi hanno molto amato come Vegas: Based on a True Story di Amir Naderi, Inju, la bête dans l’ombre di Barbet Schroeder, Plastic City di Yu Lik-wai e The Burning Plain di Guillermo Arriaga. Senza contare poi fuori concorso lo straordinario 35 rhums di Claire Denis oltre allo struggente autodocumentario Les plages d’Agnès di Agnès Varda e il folgorante The Sky Crawlers di Mamoru Oshii oltre a quei 19 potentissimi minuti, quasi una sintesi esistenziale ophulsiana, di Cry Me a River di Jia Zhang-Ke, la ricerca che ha caratterizzato la sezione “Orizzonti” (del quale hanno colpito, tra gli altri In Paraguay di Ross McElwee e Below Sea Level di Gianfranco Rosi oltre all’effetto-calamita del fluviale Melancholia di Lav Diaz). La “Settimana della Critica” ha confermato l’alto livello medio delle ultime edizioni (personalmente resto attratto soprattutto dal francese L’apprenti di Samuel Collardey e dal malese Sell Out di Yeo Joonhan), mentre nella discontinuità della sezione “Giornate degli Autori” è prepotentemente emerso Stella di Sylvie Verheyde, sorta di ‘tempo delle mele’ più arcigno che recupera il respiro di uno dei film più belli di Claude Miller, L’effrontée del 1985.
Gli unici dubbi riguardano i film italiani in competizione, pur non negando l’onestà di fondo di Bechis di La terra degli uomini rossi e pur ammettendo che Silvio Orlando è molto bravo in Il papà di Giovanna. Alla fine ha trasportato di più quella follia e quell’esibizionismo kitch di Il seme della discordia di Corsicato, forse l’unica pellicola che, tra molti difetti, segue una strada coerente e ha il coraggio di rischiare. Ci sarebbe piaciuto vedere nella selezione ufficiale La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, opera di un’intensità e di complicità stravolgenti. Senza dimenticare poi la forza fuori tempo di Yuppi Du di Adriano Celentano, riemerso troppo tardivamente dall’ombra e invece una delle opere fondamentali del cinema italiano di ieri, oggi e domani.
Oltre a questo, ci sono state magari tante altre cose belle che non si sono potute vedere per motivi logistici. Dai titoli sopra indicati non sembra quindi che questo 65° Festival di Venezia, il quinto dell’era-Müller, sia stato in tono minore. Tutt’altro. E’ stato un altro grande festival, migliore sia di Berlino sia di Cannes 2008. Qual è allora il problema? Perché tutte queste lamentele? Perché molti frequentatori e quotidianisti (eccezion fatta per “Il Manifesto”) gli danno addosso dicendo che non ci sono titoli interessanti? Soprattutto perché alla Mostra l’unico “Daily” distribuito è quello di Ciak, il cui Direttore è anche il Coordinatore Artistico Sezioni e Direttore Artistico sezione Anteprima – Première del Festival Internazionale del Film di Roma (ora si chiama così!) e a cui ha collaborato quotidianamente con i suoi ‘sferzanti’ dispacci Gian Luigi Rondi, Presidente dello stesso Festival? Alla faccia del conflitto d’interessi!
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Sono assolutamente d'accordo!sante parole mi viene da dire. Lo scandalo e' che si e' dato tanto addosso a questa edizione per la mancanza di passerella e di vip, e questo ha messo palesemente in crisi i tanti, troppo critici fichetti, che ai festival vanno (e sono pagati) solo per questo, fare cronaca mondana. Questa edizione per me, e' stata forse la piu importante dell'era Muller, quella in cui la ricerca e l'apertura alla "contraddittorietà" del cinema contemporaneo (chiamarlo ancora post-moderno mi pare una forzatura..)e' stato l'elemento fondante. Dove il coraggio per una selezione mai rassicurante ha prodotto grandi scoperte (Gabbla e' un grande film) ma anche laddove ci sono stati film "sbagliati" come per me Plastic city, film importanti dal punto di vista teorico-critico.
Inviato da Giulio il 02/02/2009
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