"Redbelt", di David Mamet
La purezza di Terry (C. Ejofor) va a sbattere contro il meccanismo mametiano fatto di doppi giochi e tradimenti, in cui la scrittura del noto drammaturgo anziché inchiodare il cinema alla concettualizzazione intellettualistica e indiscutibilmente raffinata dell’autore finisce con l’essere quasi un riferimento secondario, un optional incastonato dentro la parabola filosofica del protagonista. Ci sono quindi aperture inaspettate in questo strano film di arti marziali, che in parte sembra essere figlio del cinema proletario di Avildsen e Stallone
Un piccolo film religioso, dove l’approdo finale alla cintura rossa (la redbelt del titolo) è il suggello ieratico scandito dal pianto del cristico Mike Terry (un notevole Ejofor), troppo trasparente e “giusto” per la Los Angeles ambigua e sconfitta in cui è costretto a vivere. C’è dolore nell’ultimo film scritto e diretto da David Mamet. Forse non tutto il dolore necessario per permettere a Redbelt di sprofondare nell’abisso esistenziale di uno Schrader o Ferrara, ma sufficiente per dare una scossa alla filmografia spesso fredda del suo autore. Tra incontri truccati, crisi economiche, star del cinema sul viale del tramonto e rapporti matrimoniali falliti fondati sull’inganno, il maestro di jiu-jitsu Mike Terry compie il suo calvario fatto di sacrifici e tragiche vite erose dal denaro, inseguendo un progetto di vita spirituale e correttezza sportiva fuori dal tempo, astratta e leggera come il bicchiere d’acqua inquadrato in primo piano e consumato dal protagonista.
La purezza di Terry va a sbattere contro il meccanismo mametiano fatto di doppi giochi e tradimenti, in cui la scrittura del noto drammaturgo anziché inchiodare il cinema alla concettualizzazione intellettualistica e indiscutibilmente raffinata dell’autore finisce con l’essere quasi un riferimento secondario, un optional incastonato dentro la parabola filosofica del protagonista. Ci sono quindi aperture inaspettate in questo strano film di arti marziali, che in parte sembra essere figlio del cinema proletario di Avildsen e Stallone. E anche qui (come nei Rocky e nel primo Karate Kid) è la verticalità a scandire i rapporti di forza tra alto e basso, corruzione ed etica, ricchezza e povertà, in un affresco la cui secchezza e brevità temporale dei novanta minuti arriva quasi a depotenziare l’intensità del progetto.
Titolo originale: id.
Regia: David Mamet
Interpreti: Chiwetel Ejofor, Emily Mortimer, Tim Allen, Joe Mantenga, Alice Braga
Distribuzione: Sony Pictures
Durata: 99'
Origine: USA, 2008
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