"Hancock", di Peter Berg
Quando i due caratteri del cinema di Berg, la componente spettacolare e quella prepotentemente intimistica, si incontrano finalmente, allora senti esplodere in tutta la sua forza trascinante una potentissima tragedia classica, che supera di gran lunga una vicenda che alla fin fine attraversa tutte le stazioni classiche della via crucis del supereroe moderno. Mentre da un lato con leggerissima facilità pare ridisegnare drasticamente le coordinate dell’action urbano, dall’altro Hancock riscopre la potenza degli attimi proprio mentre sembra farli esplodere.
Quello di Peter Berg è un cinema follemente verticale. E si tratta di una verticalità tutta verso il basso, plongée, che schizza in picchiata verso il centro della Terra (è per questo che davvero il suo prossimo Dune potrebbe diventare il suo capolavoro...): anche l'apparente orizzontalità del precedente, bellissimo The Kingdom, si rivelava in realtà uno scavo (per altro già dai geniali titoli di testa), uno scendere sempre più giù nel fango, nelle viscere del cratere lasciato dall'esplosione della questione arabo-statunitense. E proprio come quando ti lasci cadere da altezze spropositate, da uno scoglio alto sopra il mare, all'improvviso ti coglie quell'istante in cui ti manca il fiato - ecco, i momenti in cui il cinema di Peter Berg si fa più sorprendente, e sempre sul punto di straripare, sono quelle piccole bolle d'aria in cui prendi un respiro, riacquisti ossigeno, spezzi il fiato, come si dice in gergo sportivo. Già in The Kingdom, più inaspettato del doppio capovolgimento dell'implacabile finale, arrivavano certi momenti di assoluta commozione su brevissimi attimi di intimità tra i componenti del team di Jamie Foxx, o di parallelo calore familiare a casa della guida araba. Qui, in questo formidabile Hancock, alla luce dell'inoppugnabile disponibilità infinita e democratica dell'effetto speciale - per cui non esiste più davvero alcuna remora nel sollevare e far volare quante più auto possibili, nell'accartocciare i treni, nello sfasciare allegramente i palazzi -, con leggerissima facilità il regista pare ridisegnare drasticamente le coordinate dell'action urbano come non succedeva dai tempi di Heat del proprio padre putativo Michael Mann (specie nella splendida rapina in banca di metà pellicola, in cui Will Smith non fa che andare a velocità doppia nei confronti degli altri corpi e del resto del film). Eppure, Berg sembra superbamente disinteressarsene, guardare quelle sequenze con la coda dell'occhio, perchè per lui centralissimo appare invece fasciare con movimenti circolari e musiche gonfie (anche se in questo caso John Powell non eguaglia in evocatività una delle migliori partiture di Danny Elfman di sempre, quella di chitarra elettrica per The Kingdom) altri istanti di purissimo amore coniugale tra Charlize Theron e Jason Bateman abbracciati nel letto, o quella vertiginosa indecisione di Hancock, saltato per un attimo a recuperare il pallone da basket fuori dal recinto del carcere dove si è autorecluso per disciplinarsi, sospeso a guardare l'orizzonte libero come una fortissima tentazione. Quando i due caratteri del cinema di Peter Berg, la componente spettacolare e quella prepotentemente intimistica, si incontrano finalmente, ovvero nella maestosa sequenza finale nel corridoio d'ospedale, allora senti esplodere in tutta la sua forza trascinante una potentissima tragedia classica, che supera di gran lunga una vicenda che
alla fin fine attraversa tutte le stazioni classiche della via crucis del supereroe moderno. La schizofrenia agitata della macchina a mano perenne, per una volta è completamente giustificata dall'urgenza assoluta dell'oscuro scrutare, quasi da paradossale, pantagruelico home movie. E Will Smith, in misura ancora maggiore in confronto a Io sono Leggenda in cui entrava in scena alla pazza guida di un bolide come fosse ancora dentro un film di Michael Bay, si porta qui consapevolmente addosso tutto il peso della propria figura filmica, supereroe clochard come ne La ricerca della felicità, beniamino popolare amato e odiato dalla gente, costretto a farsi la galera proprio come il Muhammad Alì del fantastico film di Michael Mann, a cui in un certo senso la parabola civile di Hancock, tra spacconeria e ravvedimento, potrebbe far pensare (quanti video di Cassius Clay ci sarebbero oggi su YouTube, come le smargiassate di Hancock, se il pugile combattesse nei nostri giorni?). Non è immune da memoria cinematografica nemmeno il personaggio della stessa Charlize Theron che è stata Aeon Flux, in questo tuffo verticale in un cinema che riscopre la potenza degli attimi proprio mentre sembra farli esplodere.
Regia: Peter Berg
Interpreti: Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman, Daeg Faerch, Eddie Marsan, David Mattey, Maetrix Fitten, Thomas Lennon
Distribuzione: Sony Pictures
Durata: 92'
Origine: USA, 2008
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