RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST 2008 - Visioni in corto
I primi tre corti presentati al festival indagano sentimenti oscuri con approcci differenti, mescolando ironia e orrore, oppure mostrando la pulsione erotica fra i corpi: su tutti svetta il lavoro del grande cartoonist americano Bill Plympton che in 7 minuti sovverte le regole del noir regalando una felice sintesi di ironia e tensione
E’ interessante notare come la qualità dei cortometraggi horror che spesso si vedono nei festival sia inversamente proporzionale alla loro visibilità: il rito che quindi precede la visione è al contempo quello del piacere della scoperta, ma anche di un inquieto presagio di impotenza: quanto si vede è in fondo un piacere riservato a pochi.
E’ un peccato soprattutto quando la selezione ci pone di fronte a opere che nella loro semplicità veicolano sentimenti difformi come il disagio dello stare al mondo, il desiderio carnale come possibile via di fuga dall’oppressione della realtà e la fobia per l’orrore imprevisto (e imprevedibile).
Sono questi infatti i temi portanti dei tre corti che il Ravenna Nightmare Film Fest ha proposto nella sua terza giornata di proiezioni di mercoledì 29 ottobre: Stagman, di Virginie Gourmel, Cowboy, di Till Kleinert e il nuovo gioiello del grande Bill Plympton, il corto animato Shut-eye Hotel.
Proprio il grande cartoonist americano, con i 7 folgoranti minuti del suo lavoro, fornisce già interessanti elementi attraverso un lavoro di scomposizione dei meccanismi noir che vengono al contempo omaggiati e messi alla berlina: nelle intenzioni Shut-eye Hotel vuole “fare con il dormire quello che Lo squalo ha fatto con il nuotare”, immergere cioè lo spettatore in uno stato di tensione tale da fargli perdere la percezione del reale, per impedirgli di essere rilassato in una situazione che pure dovrebbe indurre alla calma. E questo avviene attraverso una serie di omicidi compiuti nell’eponimo hotel, i cui avventori si ritrovano con la testa spappolata. Una coppia di poliziotti indaga e scopre l’improbabile colpevole, in un gioco di rovesciamenti di prospettive perfettamente coerente con il percorso artistico dell’autore, da sempre interessato al lavoro sui cliché di genere, alla deformazione delle figure in senso grottesco e in linea con la logica dell’assurdo destinata a trionfare nei minuti finali. Il risultato è un corto che riesce nell’impresa di essere al contempo teso e divertente.
La coesistenza di opposti è peraltro quella che connota anche Stagman, il cui protagonista, un uomo dal viso deforme e simile a quello di un cervo, ormai stanco della propria condizione di “diverso” assolda un killer per porre fine alla sua esistenza. Ma il destino, ironicamente, è in agguato e nell’ultima giornata di vita, propone all’uomo-cervo una serie di piaceri e la conoscenza di una donna-daino destinati a far risorgere nel protagonista l’amore per la vita. Il tono oscilla quindi fra un incipit più drammatico (dove anche in questo caso si ossequiano giochi di luce degni di un noir) e uno svolgimento successivamente più faceto: l’equilibrio è di gran lunga imperfetto a causa di un indugio nel grottesco che a tratti prende eccessivamente il sopravvento, ma il lavoro si lascia seguire fino alla fine per tutti i 23 minuti di durata.
Chi invece fa sul serio è Cowboy, racconto della pulsione omoerotica che assale improvvisamente un agente immobiliare quando conosce un enigmatico ragazzo che vive da solo nella sperduta campagna tedesca: inizia come un gioco di progressivi avvicinamenti e allontanamenti e finisce come un survival horror alla Non aprite quella porta, ma più del meccanismo di genere stavolta funziona la tensione fra i corpi che detta il ritmo alla parte centrale regalando all’insieme una pulsione erotica mitigata da una certa dolcezza di fondo, in contrasto con l’aspetto aspro del paesaggio circostante.
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