"Sette anime", di Gabriele Muccino
Lo spirito inquieto Gabriele Muccino ancora in cerca di risposte assieme a Will Smith: dalla ricerca della felicità alla prassi dell’infelicità. La Vita, l’Amore, la Morte, il Perdono (negato) in un dramma con sfumature da love story, che conferma l’ansia da prestazione di un regista dallo stile sempre sovraccarico drammaturgicamente e ridondante visivamente
Si potrebbe attivare la modalità del cinismo e dire che Sette anime è un perfetto spot a favore della donazione d*** (la qual cosa ci troverebbe peraltro concordi)… Ma non è nostro costume spoilerare, ragion per cui eviteremo anche di dire che dalle parti del Vaticano, persino di fronte a questa storia d’Amore assoluto, qualcuno potrebbe intravedere una forma di apologia del s*** e una velata apoteosi dell’e***. D’accordo, stiamo disseminando troppi asterischi e rischiamo di accecare la ragione che anche questa volta argomenta l’immancabile enfasi drammatica del cinema di Gabriele Muccino attorno a categorie assolute come Vita, Felicità, Verità, Amore, Morte, Colpa, Perdono… Del resto, che Gabriele Muccino sia uno spirito in cerca di risposte è un dato di fatto, come pure che organizzi i suoi film attorno alla elementare fondamentalità delle sue domande: il suo obiettivo è quello di trascinare lo spettatore nella problematicità che coltiva in se stesso e lo persegue grazie a una tessitura drammaturgica che cerca di essere intrigante, ma il più delle volte risulta solo tortuosa e faticosa. Nel caso di Sette anime, per esempio, l’effetto puzzle della narrazione pone lo spettatore tra il prendere e il lasciare, a seconda che la curiosità prevalga sul dubbio. Se l’intento di Muccino è maieutico, bisognerebbe ricordargli che la qualità principale delle parabole era la chiarezza e l’immediatezza, ma il suo istinto di regista lo porta a fare film che stanno sullo schermo piuttosto che nella vita, opere che si offrono allo spettatore come un lavacro di (buoni) sentimenti dal quale si esce ripuliti e gratificati, piuttosto che dubbiosi sulle proprie ragioni interiori. Il suo è un cinema inconfutabilmente "liturgico", che letteralmente segue una prassi tutta esteriore, la cui vera ragione sta nell’essere operata in pubblico: gesti (filmici) e simboli (sociali) per una ritualità che finge di praticare il dubbio, ma si nutre solo di certezze. Bazin inorridirebbe di fronte a un simile Cinema…
Quanto a Sette anime, il film disvela una progettualità che spinge Will Smith dalla Ricerca della felicità alla prassi dell’infelicità, dal sacrificio in vita al sacrificio in morte, dalla ricostruzione di un uomo alla sua decostruzione. Il peso di una colpa che ha provocato morte e sofferenza lacera la coscienza del protagonista sino a spingerlo a progettare di aiutare alcune persone dando tutto se stesso, in una laica cristologia che non visualizza la croce, ma la sindone (sul tavolo operatorio), a conferma del carattere repertuale del cinema di Muccino, del suo essere ostensorio piuttosto che testimoniale… Del resto, che alla fine l’ordito si organizzi inevitabilmente attorno alla love story a cuore aperto, se da un lato è comprensibile captatio, dall’altro dichiara sino in fondo la facilità sentimentale del cinema di Muccino, anche e soprattutto per le non poche cadute (di tono) sui più triti luoghi comuni dell’immaginario cinematografico: la gita campestre tra controluce e immagini flou, con tanto di song da brividi didascalici ("Feeling Good", indimenticabile cavallo di battaglia di Nina Simone, proposto nella cover dei Muse…). Il film soffre insomma dell’immancabile ansia da prestazione di Gabriele Muccino: sovraccarico drammaturgico, ridondanza visiva, bisogno di mostrare una prassi della messa in scena che neutralizza qualsiasi naturalezza (fortuna che in America può contare almeno su attori come Will Smith e soprattutto Rosario Dawson e Woody Harrelson). Resta forte la curiosità per personaggi che, mimeticamente rispetto alle sue pulsioni registiche, vivono l’esistenza come una sfida incommensurabile con ciò che li definisce: la loro natura, loro indole, la loro storia. Di fronte a Sette anime, si leva con qualche perplessità del resto l’angoscia per un personaggio che vive il dolore e cerca la salvezza, ma non conosce il perdono per se stesso e concepisce il sacrificio come utile definitivo dell’essere l’uomo a immagine di Dio ("Dio creò il mondo in sette giorni, io in sette secondi ho distrutto il mio"…). Gli integralismi, del resto, vanno di moda ed è più facile guadagnarsi il paradiso facendosi a pezzi (come i kamikaze islamici) che ricordare evangelicamente che bisogna perdonare settanta volte sette…
Titolo originale: Seven Pounds
Regia: Gabriele Muccino
Interpreti: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Michael Ealy, Barry Pepper,
Distribuzione: Sony
Durata: 125'
Origine: Italia/Usa, 2008
-
Finalmente qualcuno che gliele canta bene a questo regista "vuoto a perdere"! Bravo Causo!
Inviato da Paola T il 28/01/2009 -
A quando il processo di beatificazione di Massimo Causo?<br />Questa recensione è fantastica! Ecco un buon motivo per leggere un critico cinematografico
Inviato da Dario Manca il 25/01/2009
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