"The Wrestler", di Darren Aronofsky
Gigantesca entità di celluloide, Mickey Rourke sprigiona Cinema dai muscoli, dai nervi, dalle rughe, dalle cicatrici – incassa i colpi della vita e dell’amore, si ribella opponendo alla morte una performance infinita da immolare cristologicamente al proprio pubblico; compie il miracolo del trasformare in prepotentemente intimo il cinema di Aronofsky – conta sino a tre, poi si tuffa, liberissimo, nel vuoto fuoricampo dalle corde del ring. Leone d'Oro a Venezia
Randy Robinson incassa i colpi. Il corpo straziante e perennemente eccedente di Mickey Rourke li sa assorbire – il Cinema, quello che nonostante Aronofsky si sprigiona dai muscoli dai nervi dalle rughe dalle cicatrici di Rourke, è una raffica di colpi sferrati alla vita, all'amore e alla morte, eppure soprattutto incassati nello stesso match (“sembri venuto fuori dalla Passione di Cristo”, gli dirà la go go dancer con cui si confida) – ma Randy 'The Ram', wrestler in disgrazia che si esibisce in sale di periferia per sparuti gruppi di fanatici esaltati e violenti, sa incassare, si diceva. E' incredibile la pazzesca, insostenibile concentrazione di Cinema ed emozioni che circonda come un'aurea la figura di Rourke in questo film, davvero inconsapevolmente il migliore di un regista in passato sempre esecrabile, che per sua stessa ammissione si limita a mettersi al servizio di uno script profondamente stalloniano (esagerato trovarlo effettivamente vicino a Rocky Balboa?), che affonda l'epica e l'etica di un Cinema orgogliosamente 'classico' dentro una serie di suggestioni urbane e quotidiane – di una quotidianità desolata, profondamente solitaria, malinconicamente vuota. Nella roulotte dove vive, nel supermercato in cui lavora, Randy incassa i colpi (altissima sarebbe la conta degli oggetti che gli vengono lanciati addosso da tutti, nella vita e sul ring): dalla figlia abbandonata con cui vuole tentare un riavvicinamento (Ewan Rachel Wood, sguardo d'attrice già troppo esplosivo); dalla donna di cui si è innamorato, una spogliarellista che come lui si guadagna da vivere mediante l'esposizione plastica del proprio corpo (la magnificente Marisa Tomei, la cui interpretazione e la cui fisicità sono esse soltanto meravigliosamente in grado di dividere l'inquadratura col corpo fagocitante di Rourke); e dal suo stesso cuore, troppo stanco, troppo addolorato, troppo indebolito dagli scontri, dalle cadute, dalle botte sopportate, per poter reggere ancora per molto una routine del genere, fatta di continui, abissali fallimenti esistenziali, e patetici incontri di lotta libera contro pittoreschi personaggi da immaginario di provincia – sangue a fiumi, continui tagli, ferite inferte, aperture nella corteccia delle pelle e del cuore: inaspettatamente strepitoso Aronofsky, nel dipingere con le armi di un cinema manifestatamente 'piccolo', 'indipendente' (macchina perennemente a spalla a seguire e catturare da dietro le spalle ogni movimento di Rourke, ogni espressione del viso, ogni gesto del corpo), tutto lo squallore e la violenta scandalosità di questi pagani match da quattro soldi. E Randy reagisce, nell'unico modo che conosce – quello che gli è stato insegnato dal suo pubblico, l'unica entità-altra che gli è stata sempre fedele, che lo ha sempre accolto con affetto: Randy reagisce esibendosi. Questa sua infinita perfomance, davvero accomunabile al lavoro di Brad Silberling su Morgan Freeman in Ten Items Or Less, è però la ribellione folle e solitaria (e, ancora, profondamente stalloniana) di chi, costretto die
tro il bancone di un supermercato, passa nell'arco di qualche giornata dall'imbastire un irresistibile show da intrattenitore consumato per la clientela, allo spruzzare addosso agli stessi clienti il sangue che gli sgorga dalla mano ferita dall'affettatrice, buttando in aria tutti gli scaffali dei corridoi dello store, rifiutando il proprio nome di battesimo a favore di quello, irriducibile, di battaglia. E allora balla, Mickey Rourke. Sul ring, per il pubblico inferocito. Con la figlia, in una sala da ballo abbandonata dopo una passeggiata sul lungomare. Per Cassidy, la spogliarellista – in un pub, per una volta é lui a improvvisare la lap dance. Come se Aronofsky e Rourke andassero cercando continuamente barlumi di armonia dentro questa esistenza violenta e autodistruttiva, e li potessero trovare solo in quegli infinitesimali attimi sospesi che poi ti fanno più male di dieci punti di una sparachiodi nel fianco: Rourke che gioca a fare l’orco coi bambini che lo circondano, il bacio con Cassidy mentre in radio passano hard rock anni '80 (nineties totally suck...), quell'unica lacrima che bagna la guancia di Randy mentre si confida alla figlia (sono dieci giorni, dieci – da quando è passato Zhang-Ke? - che avevi bisogno proprio di quella lacrima...), e quello sguardo pieno di dolore con cui Rourke si assicura che Cassidy sia rimasta a guardarlo, ad aspettare la fine del suo ultimo incontro, il suo match finale. E' un attimo senza respiro, sospeso, infinito: poi Randy si lancia nel vuoto, dalle corde del ring – il tuffo fuoricampo e liberissimo di chi sa bene come andrà a finire, ma che proprio non può tirarsi indietro dalla battaglia di graffi e calci e morsi che è la vita: “è fuori dal ring, che mi faccio più male”.
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gran bella analisi.<br />complimenti!
Inviato da Paolo Massa il 07/03/2009
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