"Fuga dal call center", di Federico Rizzo
Quello di Federico Rizzo è un istant movie dove la parabola individuale del protagonista affoga in una frattura percettiva che alla lunga abbandona i parametri convenzionali ed equilibrati del racconto "esatto". E' però proprio in questa deriva onirica, frammentata e antinaturalistica, ma assolutamente vera e attuale, che la storia del protagonista finisce con l'abbracciare definitivamente il respiro di un dramma collettivo
E' curioso come molto cinema italiano, sia indipendente che mainstream, nel raccontare la crisi generazionale che va dai trentenni in giù, non riesca a fare a meno spesso di derive allucinatorie o grottesche che trasformano le vicende vissute dai giovani protagonisti in veri e propri incubi a occhi aperti. Lo fa in parte Marco Ponti nel dittico Santa Maradona-A/R, Virzì in Tutta la vita davanti, Davide Sordella in Fratelli di sangue. E lo stesso avviene in Fuga dal call center, dove quella che inizia come una commedia giovanilistica low budget, con influenze semidocumentaristiche, si trasforma gradualmente nell'incubo (sur)reale di una crisi sociale e sentimentale senza via d'uscita. Quella di Gianfranco (Angelo Pisani), neolaureato in vulcanologia che, piombato traumaticamente nel mondo del precariato lavorativo, finisce col passare le sue giornate in un call center, sopportando umiliazioni umane ed economiche fino a mettere a repentaglio ambizione, rispetto per se stesso e il rapporto con la fidanzata Marzia (Isabella Tabarini), è infatti una parabola individuale che perde il contatto con la realtà per affogare in una frattura percettiva che alla lunga abbandona i parametri convenzionali ed equilibrati del racconto "esatto". E' però proprio in questa deriva onirica, frammentata e antinaturalistica, ma assolutamente vera e attuale, che la storia del protagonista finisce con l'abbracciare definitivamente il respiro di un dramma collettivo. Più che Tutta la vita davanti, con il quale ci sono comunque affinità indiscutibili, il referente è - a detta dello stesso autore - l'ottimo Mi piace lavorare di Francesca Comencini, pellicola con cui Fuga dal call center ha in comune sia l'incedere cupo e abissale della protagonista che la sorpredente astrattezza digitale di Luca Bigazzi. Girato in meno di venti giorni, in formato HD, senza una sceneggiatura "finita", con improvvisazioni attoriali e assoluta libertà da sovrastrutture produttive convenzionali, quello di Federico Rizzo è un istant movie affascinante per come riesce a concretizzare l'imprevedibile percorso del processo realizzativo con la tangibilità multiforme di un prodotto finito e allo stesso tempo "casuale". Qui la progettualità di un cinema politico, inteso non solo da un punto di vista ideologico, ma anche - se non soprattutto - formale e strutturale, si formula attraverso l'umiltà di chi, anche rischiando cadute e incongruenze, non vuole insegnare ma semplicemente raccontare una storia e un dolore generazionali, mescolando la tematica sociale con l'impulso sovversivo a una democratizzazione dell'immagine filmica.
Regia: Federico Rizzo
Interpreti: Angelo Pisani, Isabella Tabarini, Natalino Balasso, Tatti Sanguinetti
Distribuzione: Orda d'Oro
Durata: 95'
Origine: Italia, 2008
Sono presenti 5 commenti
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In questo film il regista non intende dare una soluzione al problema, ma vuole solo illustrare cosa significhi per una coppia di neo-laureati affrontare il mondo del lavoro dopo gli studi. Mi piace l'uso del grottesco per raccontare in maniera forte alcune situazioni. Mi piace anche l'uso dell'ironia per denunciare le ingiustizie di questa società che ancora non ha capito che il futuro sono i giovani.Bravo l'attore protagonista (quello dei Pali e dispari). Certo qualche imperfezione la si trova, ma ben vengano film che osano e cercano di farsi spazio tra tanto pattume cinematografico fatto con lo stampino.
Inviato da Un film fresco e inconsueto il 26/09/2010 -
Il tema è importante e scottante, ma questo film è scontato e senza inventiva. Rizzo dirige bene gli attori, ma la vicenda non decolla e tutto è accomodante e mai cattivo.<br />Peccato.
Inviato da luca il 04/05/2009 -
perbenismo??? ho semplicemente apprezzato il film di Rizzo. e l'ho fatto perchè mi è sembrato un film umile, sincero, con un utilizzo della tecnica digitale interessante, in grado di incarnare la leggerezza e la libertà del mezzo senza rinunciare a un'idea di cinema magari imperfetta ma professionale. preferisco film che sbandano, rischiando sulla loro pelle l'indipendenza produttiva low budget e lo snobismo critico di chi si ostina a credere che un film vada interpretato in sè e per sè con le categorie ancestrali bello/brutto. e preferisco film che privilegiano le dinamiche interne al processo piuttosto che i parametri estetici del prodotto finito. Questo per me è fare oggi cinema politico - e non ideologico! - o almeno uno dei modi possibili. non ritengo che questo significhi fare politica spicci(ol)a, ma potrei anche sbagliare. il film in sè racconta una storia e mi sembra riesca a farlo con tutta la "precarietà" (perchè no? anche formale) e il dolore del tempo presente
Inviato da carlo v. il 21/04/2009
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