"Franklyn", di Gerald McMorrow

Cinema di immagini quello di McMorrow, in cui, ad una contrapposizione che sfocia in inconciliabilità tra piani spazio-temporali, fa da contraltare una perfetta identità tra vita dentro e fuori dallo schermo, entrambe generate dall’assenza. Costantemente sospeso tra una dimensione principale ed infinite altre “gemelle”, il film resta immerso in un tempo onirico, sfocato, al di là del quale, solo nel finale, sotto la pioggia scrosciante, si lascia (intra)vedere uno spicchio di cielo

FranklynVedere con gli occhi della mente e disegnare uno spazio guidati dalle suggestioni del cuore. Uno dei tanti miracoli del cinema, uno dei tanti talenti del grande schermo, a cui ogni regista presta la propria arte. Ciascuno dei personaggi del lungometraggio d’esordio dell’inglese Gerald McMorrow è contemporaneamente regista e protagonista del proprio film. Jonathan, supereroe maledettamente umano dai tratti fortemente snyderiani, nel suo totale disincanto e struggimento, osserva sotto di sé la città grigia, governata dal mostruoso demone di un camaleontico potere religioso. Emilia, schiava del ruolo che interpreta, dentro e fuori dall’inquadratura (figlia segnata dalla perdita del padre e dalle sofferenze a lei inflitte da una madre noncurante fuori, sirena dark in cerca dell’illuminazione della morte dentro), eterna suicida dalla doppia vita. Milo, da sempre legato all’immagine di una donna creata dalla sua immaginazione, arma a doppio taglio capace di mantenerlo in vita prima e di trascinarlo davanti alla realtà di un corpo privo di consistenza dopo. Peter segue le orme di un figlio fantasma, spostandosi da una destinazione all’altra, sempre a un passo da una verità impossibile da raggiungere. Ciascuno di loro è alla ricerca di qualcuno o qualcosa, ciascuno di loro ha perso qualcuno o qualcosa, per consapevole o inconsapevole che sia, per le strade di Meanwhile City o di Londra, due facce della stessa città, due piani diversi, due regni retti da leggi differenti (l’uno da un odio talmente profondo da offuscare la vista e ingannare i sensi, l’altro dall’incubo dell’assenza), destinati a restare inconciliabili. Ciascuno di loro vive nel suo mondo, plasmato dalle proprie paure e speranze, nella propria realtà fatta di illusioni. Illusioni come quelle generate dal cinema di Gerald McMorrow, capace di districarsi agilmente lungo un percorso disseminato di specchi (più di un personaggio è interpretato dallo stesso attore, aumentando così la sensazione di rifrazione, di moltiplicazione delle immagini che si respira durante tutta la pellicola). Un cinema di immagini perciò quello di McMorrow, in cui, ad una contrapposizione che sfocia in inconciliabilità tra piani spazio-temporali, fa da contraltare una perfetta identità tra vita dentro e fuori dallo schermo, entrambe paradossalmente generate dall’assenza (di un genitore, di un legame, dell’amore?). Costantemente sospeso tra una dimensione principale ed infinite altre “gemelle”, Franklyn rimane immerso in un tempo onirico, sfocato, al di là del quale, solo nel finale, sotto la pioggia scrosciante, si lascia (intra)vedere uno spicchio di cielo.

 

Titolo originale: id.
Regia: Gerald McMorrow
Interpreti: Ryan Phillippe, Eva Green, Sam Riley, Bernard Hill, Kika Markham
Distribuzione: Mediafilm
Durata: 94’
Origine: Gran Bretagna, 2008
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