"Fuori menù", di Nacho García Velilla
Sembra la punta di un iceberg il primo lungometraggio di Nacho Garcia Velilla. Sotto, metri e metri, laddove non si vuole volgere o spingere lo sguardo. Nella superficie tutto va bene. Si ride e si sorride: battute, sottintesi e famigerate barzellette sugli omosessuali.
Sembra la punta di un iceberg il primo lungometraggio di Nacho Garcia Velilla. Sotto, metri e metri, laddove non si vuole volgere o spingere lo sguardo. Nella superficie tutto va bene. Si ride e si sorride: battute, sottintesi, famigerate barzellette sugli omosessuali. E poi la sessualità che si esprime attraverso mossette isteriche. Quella femminile “arrapata” e “ninfomane”, quella maschile volgare e scurrile. C'è questa rappresentazione del desiderio caotico che passa attraverso un'isteria-euforia dei sensi pressoché inarrestabile, tanto che l'accorgersi da parte del protagonista Maxi di due figli dopo più di dieci anni, risulta quasi impossibile da accettare, o meglio la consapevolezza appena mostrata non è il punto riuscito del film, nonostante le trame di un dramma siano sottolineate nel finale che punta a risolvere i vari conflitti generazionali e ideologici. A fatica Velilla ordina le relazioni tra padre e figli, come se liberate dallo spessore del tempo vissuto e questo nuoce ulteriormente alla commedia. Velilla doveva avvicinarsi ai toni grotteschi di un de la Iglesia, con quelle note di cattiveria solo affioranti (una è la reazione verso il cliente rozzo che non comprende il punto di cottura della spigola) perché il melodramma almodovariano resta una cosa a sé che solo il grande maestro Pedro (nel bene e nel male) sa mettere in scena con un'infinita serie di padrini spirituali della storia del cinema, anche a volte di inciuci poco riusciti, ma comunque sanamente destabilizzanti. Ed a ben vedere proprio questi padrini spirituali mancano a Velilla, tanto che Fuori menù è stato considerato un'appendice almodovariana, giudizio inconsapevolmente preciso. Nel quadretto familiare, che purtroppo si sospetta derivante dalla nota serie televisiva del Medico in famiglia diretta e pensata da Velilla per la Spagna e giunta anche in Italia, come altri numerosi format, i personaggi sono intrisi di un nauseante buonismo. Il cinema visionario “diverso”, realmente DIVERSO (e non ci va di scomodare giganti come Fassbinder), qui non ha cittadinanza, perché Velilla si limita ad una sorta di giostra in cui i suoi interpreti mantengono il novantanove per cento di responsabilità: fino alla insopportabile “molteplicità” mimica del calciatore gay Benjamin Vicuña che non aggiunge niente alla presunta comicità regolamentata del film. Diceva Sergio Leone di Clint Eastwood: ha due sole espressioni, col cappello e senza... Titolo originale: Fuera de carta
Regia: Nacho García Velilla
Interpreti: Javier Camára, Loala Dueñas, Fernando Tejero, Benjamin Vicuña, Carlos Leal, Chus Lampreave, Alexandra Jiménez, Juno Valverde, Mariano Peña
Distribuzione: Bolero
Durata: 105'
Origine: Spagna, 2008
Regia: Nacho García Velilla
Interpreti: Javier Camára, Loala Dueñas, Fernando Tejero, Benjamin Vicuña, Carlos Leal, Chus Lampreave, Alexandra Jiménez, Juno Valverde, Mariano Peña
Distribuzione: Bolero
Durata: 105'
Origine: Spagna, 2008
Sono presenti 1 commenti
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al di là dei meccanismi della commedia e quindi della struttura del film è da notare l'immagine che la pellicola rimanda della Spagna. Gay integrati, un pezzo di fumo nelle mani di un improbabile babysitter, società multietnica (di cui la cucina di Max è un esempio lampante) e soprattutto un nuovo concetto di famiglia (la scena finale) che prende il posto di quella tradizionale. Il film è un manifesto delle politiche di Zapatero. Quello che viene da chiedersi è: quanto di tutto questo è vero e quanto è semplice propaganda? Quanto le immagini (anche superficiali) nascono dal vero tessuto sociale di quel Paese e quanto sono state modificate per riflettere il pensiero di chi governa?
Inviato da the_big_bertoski il 27/04/2009
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