"Taxi to the dark side", di Alex Gibney

Il Premio Oscar 2008 per il Miglior Documentario (già visto in Italia nella seconda edizione della Festa del Cinema di Roma) è un film caratterizzato da una secchezza ed un'essenzialità da scottante documento d'archivio, in cui Gibney bissa l'inchiesta-shock del suo precedente Enron, guidandoci nei terrificanti meandri delle disumane tecniche di tortura utilizzate dall'Esercito americano in luoghi di detenzione di "sospetti terroristi" come Bagram, Abu Ghraib, Guantanamo

taxi to the dark sideLa riflessione più importante, il documentario di Alex Gibney - vincitore del Premio Oscar nel 2008 per la sua categoria, e finalmente sdoganato nelle sale italiane ora che il vento sembra cambiato alla Casa Bianca - la fa sulla questione delle prove: centinaia di afghani e arabi detenuti dall'Esercito degli Stati Uniti nelle carceri di Bagram, Abu Ghraib, Guantanamo, e interrogati per giorni e settimane attraverso il ricorso a violentissimi e umilianti metodi di coercizione fisica e psichica, spesso sino alla morte, senza alcuna reale prova dei loro colpe. Per contro, è proprio il lavoro di Gibney la prova dei crimini contro l'umanità compiuti dalle guardie sui prigionieri di guerra. Un collage d'assalto che punta il dito contro la sospensione dell'habeas corpus dopo l'approvazione del Patriot Act, ricavato mettendo insieme testimonianze di soldati, i tristemente noti scatti-souvenir delle tecniche di tortura sui detenuti di Abu Ghraib, e una serie sconcertante di retroscena tenuti nascosti dal precedente Governo USA, in cui è la figura del vicepresidente Dick Cheney  (dalla cui scrivania partì presumibilmente il fascicolo della CIA che istruiva sui metodi di interrogatorio proibiti dalla Convenzione di Ginevra) quella a finire maggiormente messa in discussione.
Gibney bissa l'inchiesta-shock del suo precedente Enron, seppure nemmeno questa volta il suo film sia esente da qualche forzatura (il ruolo assolutamente limpido e friendly dell'FBI in confronto ai sordidi maneggioni della CIA, i filmati degli ebrei nei campi di concentramento posti a paragone, l'assurdità delle accuse mosse contro la serie 24 con Kiefer Sutherland, rea - parrebbe - di convincere inconsciamente il popolo americano a giustificare moralmente l'utilizzo della tortura se questo serve a salvare altre vite umane).
Come pretesto, il regista si serve del racconto fatto da più testimoni (soldati e detenuti scampati all'orrore) dell'emblematica vicenda del tassista afgano Dilawar, ammazzato dalle guardie statunitensi della base area di Bagram a furia di ginocchiate nelle gambe e altre privazioni, dopo esser stato loro consegnato da capi militari locali che percepiscono delle laute ricompense ogni volta che portano dei “sospetti terroristi” alle basi americane. Così, nel tentativo di estorcere all'innocente tassista le generiche “informazioni” richieste dai piani alti, ha inizio la letale giostra di violenze fisiche e psicologiche apprese ed 'affinate' (oppure, da un altro punto di vista, 'imbastardite') sin dai tempi degli esperimenti sui marines in Vietnam. 
Taxi to the dark side (dove il 'lato oscuro' è quello in cui l'America si sarebbe dovuta addentrare, secondo una dichiarazione di Cheney, per rendere pan per focaccia ai crudelissimi terroristi che avevano sfidato gli Stati Uniti) mantiene una secchezza ed un'essenzialità da scottante documento d'archivio, ma si innalza per un attimo nel frammento finale a uno sguardo più liberato, in questo tragitto impossibile del taxi di Dilawar dall'Afghanistan a Washington, dove passa proprio di fronte alla Casa Bianca. Subito dopo, la testimonianza sui titoli di coda del padre del regista, responsabile degli interrogatori per l'Esercito degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, svela definitivamente il senso dell'opera come tentativo di giustificazione, e di dolorosa espiazione, di una generazione di figli costretta a fare i conti col tradimento quotidiano dell'eredità e dei valori che furono loro lasciati dai Padri.

Regia: Alex Gibney
Distribuzione: Ripley’s film
Durata: 106’

Origine: USA, 2007

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